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Quanti figli segreti ha la famiglia umana?

Quanti sono gli Homo che hanno camminato sulla Terra? Il pianeta è stato più affollato di quanto si immaginasse: l'analisi del Dna di un frammento osseo trovato nella Siberia meridionale (nella grotta di Denisova, nei monti Altai), mostrerebbe l'esistenza di un ominide finora sconosciuto, vissuto 40mila anni fa, nello stesso periodo in cui coesistevano l'Homo sapiens e il Neanderthal.

All’interno della Grotta di Denisova (foto Johannes Krause)

La scoperta di questo ignoto "cugino" siberiano, che non avrebbe lasciato discendenti, è annunciata su Nature da un gruppo di ricerca composto, tra gli altri, da  Johannes Krause e Svante Pääbo dell'istituto Max Planck per l'antropologia evoluzionista. Le uniche tracce dell'esistenza del nuovo membro del genere Homo sono pochissimi frammenti di ossa di un dito: reperti che una volta sarebbero stati del tutto inutili per giungere a conclusioni di  tale portata. Ma dalle schegge ossee sono stati estratti campioni di Dna mitocondriale, il materiale genetico che si eredita solo per via materna, e questo è stato sequenziato.

L'analisi genetica mostrerebbe un nuovo tipo di ominide che secondo i ricercatori viveva nell'Asia centrale in un periodo compreso fra 48.000 e 30.000 anni fa (in una grotta dove sono state trovate tracce e manufatti anche di Homo sapiens e Neanderthal)  e che ha lasciato l'Africa in una migrazione finora sconosciuta, avvenuta circa un milione di anni fa e distinta da quella intrapresa dagli antenati di Neanderthal e dai moderni umani. L'ultimo antenato comune all'"Uomo di Denisova" e all'attuale Homo sapiens risalirebbe infatti a un milione di anni fa (dunque due volte più antico rispetto all'ultimo antenato comune tra sapiens e Neanderthal). La sua migrazione dall'Africa, che è stata la culla dove si è sviluppata l'umanità, sarebbe precedente sia a quella degli antenati dell'uomo di Neanderthal (avvenuta circa mezzo milione di anni fa) sia di quella dell'Homo sapiens (circa 50mila anni fa).

la grotta di Denisova, in Siberia (foto di Johannes Krause)
Fino ad oggi si riteneva che le uniche due specie di ominidi presenti sul pianeta 40mila anni fa fossero Homo sapiens e Neanderthal – che abitava l'Europa e l'Asia settentrionale e che aveva i giorni contati: tempo 15mila anni e si sarebbe estinto -, con la possibile aggiunta del piccolo uomo di Flores, scoperto in Indonesia nel 2003 e i cui resti fossili più recenti risalgono a 13mila anni fa. "L'interesse di questo ritrovamento è molto grande – ha commentato il paleoantropologo Giorgio Manzi dell'Università La Sapienza di Roma -. Da un lato c’è l’aspetto un po’ romantico legato all’idea che si aggirassero per i monti Altai tre specie umane diverse, probabilmente non interfeconde tra loro. Per molto tempo abbiamo cercato di scrutare la storia dell’interazione tra Neanderthal e Homo sapiens, e ora sappiamo che c’era un terzo incomodo". Perché si pensa che non fossero interfeconde? "Homo sapiens e Neanderthal sono molto diversi tra loro e la maggior parte di noi è convinta che non si siano incrociati. Anche i dati genetici hanno corroborato questa ipotesi. Il nuovo ominide è geneticamente ancora più distante e dunque è improbabile che si potessero formare degli ibridi" spiega Manzi, che aggiunge come l'interesse del ritrovamento sia anche che viene da un puro dato genetico. Per la prima volta che il Dna ha permesso di riscrivere la storia della famiglia umana, riportando alla luce quello che probabilmente è un nuovo membro del genere Homo, un ominide vicinissimo a noi, evolutivamente parlando.

La vista che si gode da una roccia che sovrasta la grotta di Denisova, in Siberia (foto di Johannes Krause)
"È straordinario che questa scoperta sia stata possibile grazie a un piccolo osso, una falange: senza l’analisi genetica non la si sarebbe mai potuta attribuire a una forma umana" spiega Manzi. Secondo Terence Brown, dell'università di Manchester, la scoperta costringe a ripensare le attuali ipotesi sulla colonizzazione umana dell'Eurasia. E anche il biologo evoluzionista, in un commento pubblicato su Nature, sottolinea come, per la prima volta, un ominide non sia stato descritto a partire dalla morfologia delle sue ossa, ma a partire dalla sequenza del suo Dna. Lo studio del Dna antico si sta rivelando uno strumento eccezionale per ricostruire il nostro passato e quello del nostro pianeta.

Secondo voi, che impatto avrà la genetica sulla nostra conoscenza dell'albero della vita?  Pensate che grazie all'analisi del Dna cambierà di molto l'attuale classificazione degli organismi (tracciata soprattutto con lo studio dei fossili e delle similitudini fra questi)? Scopriremo inedite "parentele" tra i vari organismi o distanze inaspettate? E cosa aspettarsi dalla famiglia umana?

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lo pubblicherò io appena possibile

  • max |

    L’analisi del DNA implica l’uso di modelli matematici e statistici che purtroppo non hanno nulla a che vedere con l’oggettività ma molto con la teoria che li sottende. Attenzione a considerare il DNA come la panacea a tutti i mali (dubbi) della biologia. I ricercatori formulano ipotesi, talvolta confermate, altre confutate, in quel processo continuo che si chiama scienza.

  • francesco |

    io penso di si. l’analisi morfologica dei resti scheletrici risente dell’esperienza del valutatore, è per certi aspetti soggettiva e può essere talora errata e fuorviante.
    l’analisi del DNA permette una oggettività insuperabile, la ripetibilità della valutazione e la scambiabilità dei dati tra ricercatori.

  • Silvano Naretto |

    L’elevata specificità e sensibiltà della analisi del DNA raffinerà sempre di più la conoscenza e la caratterizzazione delle specie umana; siamo un ottimo progetto realizzato troppo in fretta e con molti difetti. Un percorso evolutivo così veloce ha creato un genio-mostro. Ma così è ed è comunque bello osservare lo stupore infantile che alcuni appartenenti alla specie hanno di fronte alla conoscenza e alla scoperta.

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