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Concusioni: L’amore è chimica?

Scoperti 50 anni fa i feromoni sono stati scovati un po' ovunque, dalle falene agli elefanti, ma la prova che esistano nell'uomo, e che siano legati all'attrazione sessuale e all'innamoramento ancora sfugge. Ripubblichiamo il divertente articolo di Sylvie Coyaud che uscì sulla Domenica del Sole 24 Ore il 18 gennaio scorso, in occasione dei 50 anni della scoperta delle inquietanti molecoline. Per chi fosse interessato a un ulteriore approfondimento, suggeriamo il saggio dello zoologo di Oxford, Tristram Wyatt, pubblicato su Nature del 15 gennaio 2009 (Vol. 457, No. 7227) o anche il suo libro Pheromones and Animal Behaviour (Cambridge University Press 2003)
di Sylvie Coyaud


Il feromone, si sa, è emanato dalla gente sexy. Volatile, fluttua nell’aria, turba le percezioni sensoriali e chi lo respira, stravede, inciampa e falls in love. Il fenomeno della caduta, diverso dal processo in svolgimento dell’innamorarsi, evoca il colpo di fulmine anche per gli effetti termici. Vanno dalla cotta effimera al perenne ardor, una variabilità causata da fattori misteriosi («chissà cosa gli trovano a quello/quella»), mistici (kharma), genetici (affinità tra complessi maggiori di istocompatibilità) e altri ancora.
Di sintesi o naturali e raccolti dalle ghiandole di Messaline e Don Giovanni referenziati, da anni i feromoni sono in vendita online puri o in soluzione. A richiesta, procureremo i link e una bibliografia sulla maggiore o minor efficacia afrodisiaca dei vari prodotti. Qui citeremo solo i testi di riferimento. Onore ai pionieri, iniziamo da “Feromoni: un termine nuovo per una classe di sostanze biologicamente attive”, «Nature», 16 gennaio 1959. Peter Karlson e Martin Lüscher propongono il neologismo mutuato dal greco “φέρω”, trasporto, e “oρμόνη”, stimolo, che giustificano con alcuni esempi dei trasporti stimolati da dette sostanze, idrocarburi per lo più, che sono il linguaggio, talvolta imperioso, più comune all’interno di una specie, e interpretabile anche dalle altre.
Rispetto agli studi sugli insetti, quelli sui mammiferi sono scarsi. D’altronde se spalmate il feromone sessuale di uno zanzaro sul davanzale potete contare quante zanzare richiama al costo di qualche puntura. Provarci con quello di un’elefantessa è un altro paio di maniche, infatti si trova poca letteratura sui pachidermi. E fino agli anni Settanta, quasi nulla sugli umani. Per motivi d’igiene, laviamo e deodoriamo i punti nevralgici. Di morale, non siamo mica bestie. Di evoluzione, i primati sono più eccitati da percezioni visive che olfattive. Di buon senso: se le zaffate sono per noi inodori, non possono sollecitarci l’olfatto. Per inciso, questa obiezione perdura sebbene, da millenni, siamo sedotti da, e seduciamo con, profumi fatti con estratti di piante, zeppi di ormoni vegetali che il nostro naso non distingue. Un’altra obiezione riguarda l’organo vomero-nasale o di Jacobson, dal nome dell’olandese che l’ha scoperto nel 1813. Nel gatto e nel topo, sono due buchetti alla base del setto nasale, tappezzati di cellule dedicate alla cattura di quelle molecole che le spediscono nel bulbo olfattivo e in aree cerebrali, amigdala, ippocampo eccetera, legate alle emozioni e agli appetiti. Chi ha naso come la scrivente, sarà certo di averne uno Jacobson funzionante in particolare nell’età riproduttiva. Nel 1959, la credenza pareva infondata: se anche l’avessimo ereditato da un antenato remoto, mentre in milioni di anni l’homo – foemina compresa – diventava sapiens, l’organo s’era otturato. Nel sapiens sapiens era sparito.
Ma nel 1971, Martha McClintock dell’università di Chicago raccoglie il sudore dalle ascelle di volontarie prima, durante e dopo l’ovulazione, e lo fa annusare ad altre donne il cui ciclo mestruale si accorcia o si protrae di conseguenza. Ciò dimostra l’esistenza di feromoni distinti, scrive McClintock su «Nature» uno pre e uno post-ovulazione. Sbocciano subito ricerche analoghe. Volontari/e sniffano ovatta nuova e magliette lavate con sapone inodore, poi altre indossate da sconosciuti per ore, giorni, anche una settimana. Per misurare se, quale e quanta attività biologica ne derivi, si sottopongono a esami della saliva, del sangue, più di recente a imaging cerebrale per risonanza magnetica prima, durante e dopo l’annusata. L’attività c’è sempre, ma è contraddittoria. Il cervello degli omosessuali reagisce come quello delle eterosessuali, e il cervello delle omosessuali come quello degli eterosessuali. No, la gamma delle reazioni individuali coincide con quella di omo ed etero ai feromoni del sesso opposto. L’androstadienone maschile alza il tasso di cortisolo nel sangue delle donne, e provoca attrazione. No, repulsione. No, l’una e l’altra a seconda dei giorni. Un composto con estradiolo (femminile) estratto dall’urina delle ratte e sparso nelle gabbie dei ratti provoca nei roditori e, a sorpresa, nei ricercatori (maschi entrambi) l’identica reazione. Quella, per capirci, che fece chiedere a Mae West «Ti sei portato la pistola o sei solo contento di vedermi?».
Nel frattempo lo Jacobson è scoperto in altri primati, cebi però, quindi parenti lontani, ritrovato e perso di nuovo negli umani. La metodologia della McClintock è confermata, poi smentita in Exploring the Brain (928 pagine di autori vari, Lippincott, William e Wilkins) dove si legge che «nessuna evidenza solida ha mai dimostrato che i feromoni sessuali umani cambiano il comportamento di individui del l’altro sesso».
Sarà. Ma in Profumo di Jitterburg (Dalai, Baldini & Castoldi 2003) Tom Robbins racconta di Priscilla che inavvertitamente ottiene in un profumo lo stimolo capace di attirarle i trasporti di miliardari e lesbiche. In certi roditori inoltre, per essere efficaci i feromoni indispensabili al legame affettivo vanno leccati. È così anche negli umani? Improbabile, la gente ci sembra sexy prima che gli enzimi della nostra saliva ne metabolizzino il je ne sais quoi.
Arriva alla stessa conclusione Tristam Waytt, professore di zoologia a Oxford e autore del manuale di riferimento (Pheromones and Animal Behaviour, Cambridge University Press 2003), nell’articolo “Pheromones: 50 Years” uscito su «Nature» giovedì scorso. Passa in rassegna le ricerche che ci riguardano, e le trova “inconcludenti”. Però non cita certi acidi grassi volatili umani, detti giustamente copuline, brevettati e venduti in spray. Vorremmo fossero efficaci, professore, non per uso personale, non ci fraintenda. Per spruzzarli dove gli uomini fanno la guerra invece di fare… Non funzionano neppure quelli? Pazienza prof, come tante ricerche dei suoi colleghi non hanno salvato il mondo però l’han fatto ridere. Altri cinquanta di questi anni anche a lei.