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Lara Ricci

La domanda di Lara Ricci

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12 novembre 2011 - 8:05

Perché ci baciamo?

Bonobo bacio
«Un uomo capace di guidare in modo sicuro mentre bacia una bella ragazza non dà al bacio tutta l'attenzione che merita», chiosò Albert Einstein. Chissà com'era farsi baciare da quel fisico portentoso. Einstein

Osculazione, ecco il termine appropriato per chi vuole essere preso sul serio discorrendo di baci. La prima testimonianza storica si trova nei testi vedici indiani, messi per iscritto a partire dal 1.500 a.C. L'Atharvaveda descrive l'atto di «odorare con la bocca», mentre il Rgveda riferisce che il «giovin signore lecca ripetutamente la giovane donna» e finalmente nel Satapatha Brahmana si parla esplicitamente di due amanti che si «uniscono bocca a bocca».

Prima ancora ci sono gli indizi: si ha notizia di rossetti vecchi 5mila anni, sumeri. E ci sono ragioni per pensare che i nostri antenati si sbaciucchiassero dalla notte dei tempi. Innanzitutto perché anche i nostri cugini più prossimi lo fanno. I bonobo, le più amorose delle grandi scimmie antropomorfe, per risolvere conflitti nella loro società governata dalle femmine usano più spesso il bacio dell'aggressione (e sono stati visti darsi bacetti e morsetti anche per 12 minuti di fila). E poi perché abbiamo una reazione biologica al bacio. Durante un'osculazione appassionata i vasi sanguigni si dilatano e il cervello riceve più ossigeno del normale, il polso è più veloce e le pupille si dilatano, mentre sono rilasciati ormoni e neurotrasmettitori, fra cui dopamina, ossitocina, serotonina e adrenalina, che inebriano con sensazioni di piacere ed euforia e inducono a sviluppare attaccamento.

 


Pure Charles Darwin se ne interessò. In L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali si domandava se baciarsi fosse un comportamento istintivo o appreso. Osservò con gran curiosità le usanze di altre culture (umane e non), come lo strofinamento di nasi, il reciproco annusarsi, picchiettarsi, o il portarsi al viso mani o piedi altrui e li definì «comportamenti tipo bacio». Eccolo intento a descrivere il bacio malese: «Le donne si accucciarono con il viso girato all'insù e i miei inservienti si chinarono su di esse, accostando naso a naso, e cominciarono a strofinarsi. L'atto durò poco più di una nostra stretta di mano cordiale, e mentre l'eseguivano gemevano di soddisfazione». L'ipotesi di Darwin era che all'origine di baci e simil-baci, diffusi quasi ovunque, vi fosse un desiderio innato di ricevere «piacere dal contatto ravvicinato con una persona amata». Ma perché mai si sarebbe evoluto questo gesto carico di conseguenze batteriche?


Il mistero resta fitto. La divulgatrice scientifica Sheril Kirshenbaum, in La scienza del bacio (Cortina, Milano, pagg. 180, € 18), ha cercato di passare in rassegna gli studi finora esistenti – una bella idea, ma realizzata piuttosto male – e ha dovuto ammettere che si sa ancora molto poco.

Baciamo, forse, per assaggiare il compagno. Per sceglierlo non solo con gli occhi, ma anche con il tatto, il gusto, l'olfatto. Parrebbe, infatti, che si possa mettere alla prova pure il carattere genetico di un partner, "annusando" il Complesso maggiore di istocompatibilità, un gruppo di geni legato al nostro odore ma anche al tipo di invasori da cui il nostro sistema immunitario è capace di difenderci. Gli opposti si attraggono, è il motto: solo così si dà ai futuri figli una barriera immunitaria più varia. Ma gli studi sono controversi. Così come inconcludenti e contraddittorie sono le ricerche sui ferormoni, «portatori di eccitazione» che fluttuano nell'aria e repentinamente s'infilano nei nasi altrui, turbandoli. Molto efficaci per sedurre falene e termiti, nell'uomo non vi è certezza. Fra le tante, anche un'ipotesi malandrina: il bacio è una droga. Il testosterone di cui è ricca la saliva del maschio serve a far impennare la libido femminile. Galeotto fu l'ormone.
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O conchiglia marina,
figlia della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.
Alceo

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13 ottobre 2011 - 23:03

Quando è nata l'arte?

La grotta di Blombos Cape town)

In Sud Africa, una grotta che guarda l'oceano indiano, è stato scoperto l'atelier di un artista risalente a  100mila annifa. Conchiglie usate come recipienti per pigmenti, macine e pestelli utilizzati per produrre il colore sono stati scavati a Blombos, 250 km a est di Città del Capo da Christopher S. Henshilwood della Witwatersrand University di  Johannesburg e da altri ricercatori che annunceranno la loro scoperta domani su Science. Prima di questo ritrovamento, le più antiche tracce della bottega di un pittore risalevano a 60mila anni fa.La conchiglia

La bella grotta non è un luogo qualsiasi, ci spiega Francesco d'Errico, direttore di ricerca del centro nazionale di ricerche francese (Cnrs) a Bordeaux, ma italiano di nascita e formazione, che fa parte del team che ha messo a segno l'entusiasmante scoperta. "Questi scavi - spiega - sono avvenuti nello stesso luogo dove nel 2001 sono stati trovati frammenti di ocra e incisioni astratte risalenti a 70mila anni fa, la più antica traccia di arte astratta finora venuta alle luce. Sempre qui sono stati trovati ornamenti composti da conchiglie marine, alcune ricoperte di pigmenti, risalenti a circa 75 mila anni fa, che allora erano i più antichi esempi di gioielli (fino a che in Nord Africa non ne sono state trovate di più antiche, vecchie 100mila  anni)".

Il panorama dalla grotta di Blombos Cape town)I pigmenti contenuti nelle conchiglie di Blombos furono probabilmente usati dai primi Homo sapiens per dipingere i loro corpi, pareti di roccia o decorare oggetti molto semplici. Il loro ritrovamento mostra che i primi uomini avevano già una conoscenza elementare della chimica e un pensiero simbolico. 

Quelli trovati nella grotta sudafricana non è il più antico esempio di uso di pigmenti.  "In Zambia - spiega d'Errico - sono stati trovati frammenti di roccia probabilmente usati come pigmenti risalenti a fose anche 200mila anni anni fa, e le sepolture di neandertaliani scoperte in Medio Oriente e vecchie 120mila anni suggeriscono un certo pensiero simbolico. Ma più si risale nel tempo più l'interpretazione è speculativa. Qui invece l'interpretazione è molto più semplice, perché sono stati trovati insieme tutti gli strumenti per produrre il colore ed è stato possibile ricostruire tutto il processo di produzione".  Gli strumenti del pittore - credit  Prof. Chris Henshilwood, University of the Witwatersrand, Johannesburg

"Le conchiglie sono  "orecchie di mare", sul fondo si trova ancora il residuo del pimento secco, prodotto da due tipi di rocce rosse (due tipi di ematite) e ci sono tracce di minaerale giallo, chiamato goetite, che fanno pensare che questi contenitori siano stati usati più volte. Il pigmento  era abraso attraverso una specie di grattugia, oppure la polvere era ottenuta tramite  schegge poi triturate. Abbiamo anche trovatp frammenti di osso spugnoso che ci fa pensare usassero midollo come legante per la mescola, e anche un liquido, poiché è evidente una linea di disseccazione su una delle conchiglie. Non era perciò mescola densa ma liquida".

Possibile che questi uomini avessero il gusto del bello? Che dipingessero oggetti, superfici o il loro corpo a scopo estetico? "Il gusto del bello si sviluppa quando c'è un pensiero simbolico, e questi e altri ritrovamenti ci inducono a pensare che all'epoca fosse già sviluppata un pensiero e una cultura materiale simbolica" dice d'Errico.

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30 settembre 2011 - 13:43

Avere la vescica piena influenza le vostre decisioni?

Ig nobel Avere la vescica piena può influenzare le decisioni? Se la vostra risposta è "certo che sì" potete capire perché la scoperta che è effettivamente così - e che l'urgente bisogno di urinare può farvi prendere migliori decisioni in certi campi, e peggiori in altri - si è aggiudicata quest'anno l'Ig Nobel per la Medicina, l'ambìto premio che prima fa ridere e poi pensare.

 

Gli Ig Nobel sono stati consegnati ieri notte ad Harvard, nel corso della solita sfrenata cerimonia in cui i premi Nobel presenti, vestiti come pagliacci, si abbandonano con la platea a proibiti sogni studenteschi, tra cui il lancio di aeroplanini di carta su presentatori e vincitori, mentre la logorrea dei professori e dei ricercatori è tenuta a bada da un'inflessibile bambina di otto anni, Miss Sweety Poo (meglio non tradurre), che concede loro solo 8 minuti ciascuno.

Quest'anno Marc Abrahams, editore e cofondatore degli "Annals of improbable research" oltre che padre fondatore degli IgNobel, con il suo sorrisetto ironico ha incoronato Mirjam Tuk, Debra Trampe, Luk Warlop da un lato, e dall'altro Mattew Lewis, Peter Snyder e altri - per avere dimostrato, in due studi indipendenti pubblicati rispettivamente su "Psychological Science" e "Neurologyand Urodynamics", che le persone, quando gli scappa la pipì, prendono decisioni migliori su alcune questioni - per esempio resistono meglio alle tentazioni se si tratta di spendere soldi - ma peggiori su altre. (Dunque il momento migliore per chiedere un aumento è quando il vostro capo è appena uscito dal bagno).

IG_Nobel_Prize_Ceremony L'Ig Nobel per la Biologia è andato a un gruppo di ricercatori che, indagando i gusti sessuali dei coleotteri, hanno scoperto che vanno matti per un certo tipo di birra australiana, tanto da cercare di accoppiarsi con la bottiglia.

Quello per la Fisiologia se l'è aggiudicato una ricerca che mostrava che, a differenza di ciò che accade negli uomini, non vi è alcuna prova che lo sbadiglio sia contagioso tra le tartarughe dalle zampe rosse.Ignobel 5

Makoto Imai e altri chimici giapponesi hanno vinto il riconoscimento per la Chimica per aver stabilito la densità ideale di wasabi in uno spray da usarsi per risvegliare le persone in caso di incendio.

 L'ig Nobel per la Psicologia è andato a Karl Halvor Teigen e colleghi per la memorabile ricerca "Un sospiro è solo un sospiro?", tesa a dimostrare perché, nella vita di tutti i giorni, le persone sospirano.

Marc-Abrahams-editor degli Annals of Improbable research  
John Perry invece ha preso il premio per la Letteratura grazie alla sua Teoria sulla procrastinazione strutturata, che in sostanza dice: per ottenere grandi risultati, lavorate sempre su qualcosa di importante, e usatelo come modo per evitare di fare qualcosa di ancora più importante. Ig nobel 4

 Il premio per la Fisica è andato a uno studio per determinare perché i lanciatori del disco soffrono di vertigini, mentre quelli del martello no.

Dorothy Martin (che predisse che il mondo sarebbe finito nel1954), Pat Robertson (che invece pronosticò l'apocalisse per il 1982), Elisabeth Clare (che profetizzò la fine del mondo nel 1990), Lee Jang Rim (che suggerì sarebbe accaduto nel 1992) , Credonia Mwerinde (il nome un programma, che era convinta sarebbe successo nel 1999) e infine Harold Camping (che prima disse che il mondo sarebbe finito il 6 settembre 1994 e poi spostò l'appuntamento al 21 ottobre 2011) hanno vinto il riconoscimento per la Matematica. "Per aver ricordato al mondo che bisogna essere prudenti quando si fanno previsioni o ipotesi matematiche":

Il premio per la Pubblica sicurezza se l'è aggiudicato il canadese John Senders, università di Toronto, per aver condotto una serie di test di sicurezza - con tanto di video - in cui una persona guidava un'auto in autostrada mentre una visiera gli cadeva ripetutamente sugli occhi, accecandolo.

Ig nobel 3 L' Ig Nobel per la Pace è andato al sindaco di Vilnius, la capitale della Lituania, per aver dimostrato che il problema delle automobili di lusso illegalmente parcheggiate  può essere facilmente risolto passandoci sopra con un carroarmato. (guardate qui il video).

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22 settembre 2011 - 20:17

Siamo tutti figli di un'unica migrazione?

Migrazione umana out of africa

Non discendiamo tutti da un’unica migrazione d’uomini che lasciò l’Africa decine di migliaia di anni fa: nel genoma degli aborigeni è scritta un’altra storia. Sequenziandolo e paragonandolo a quello di europei, africani e asiatici, Morten Rasmussen e altri ricercatori dall'Imperial College di Londra, dell'Università di Cambridge e del museo di storia naturale di Copenhagen hanno concluso che circa 70mila anni fa un gruppo di africani intraprese un viaggio solitario che 20mila anni dopo li condusse in Australia. E che gli aborigeni di oggi sarebbero gli eredi di questo antico gruppo di esploratori, mentre gli europei e gli asiatici discenderebbero da movimenti di popolazioni che ebbero luogo solo 24mila anni dopo.


Capelli aborigeno courtesy of Mikal Schlosser Lo studio, pubblicato venerdì su «Science», ribalta dunque la teoria più accreditata sulle migrazioni umane all'origine dell'attuale popolamento dei continenti, cioè quella che sosteneva che tutti gli uomini moderni derivano da un solo gruppo di persone che lasciò l'Africa e si diffuse in Europa, Asia e Australia, con i primi australiani discendenti da popoli asiatici che si erano già separati dagli europei. Invece, il Dna estratto da un ciuffo di capelli che un aborigeno, all'inizio del XX secolo, donò (i ricercatori usano questa parola gentile) a un antropologo inglese, mostra che quando gli antenati degli aborigeni iniziarono il loro viaggio solitario, gli asiatici e gli europei non si erano ancora differenziati. I contatti tra gli antenati degli asiatici e i discendenti di questi primi esploratori avvennero solo successivamente, e in parte  i loro geni si mischiarono.

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«Gli aborigeni discendono dai primi esploratori - ha affermato Eske
Willerslev, dell'università di Copenhagen - . Mentre gli antenati di europei e asiatici se ne stavano stanziali da qualche parte nel Medio Oriente, quelli degli australiani si diffusero rapidamente, attraversando i territori sconosciuti dell'Asia per solcare poi l'oceano e giungere in Australia. Fu un viaggio straordinario, che deve aver richiesto eccezionali doti di sopravvivenza e coraggio».
I capelli visti al microscopio elettronico courtesy of timothy p topper Che gli australiani avessero capacità tecniche superiori a tutti i popoli che in quell’epoca remota abitavano il pianeta lo aveva già sottolineato Jared Diamond in "Armi acciaio e malattie", osservando gli utensili di pietra dai bordi affilati e dotati di manico da loro usati 40mila anni fa, i dipinti rupestri e il fatto che avessero costruito le prime barche. Fu poi l'ambiente inospitale e l'isolamento a limitare il loro sviluppo.

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9 settembre 2011 - 20:17

Un nuovo antenato nell'albero genealogico dell'uomo?

Mano sediba-courtesy of Lee Berger and the University of Witwatersrand Sarebbe un antenato diretto dell'uomo, l' Australopithecus sediba trovato lo scorso anno  in Sudafrica, di cui parlammo nel post: Chi è il misterioso nuovo ominide  . E addirittura spodesterebbe dalla nostra linea evolutiva l'homo habilis e rudolfensis.

Anche se più antico di questi due, il sediba avrebbe più caratteristiche in comune con l'Homo erectus, e sarebbe dunque il suo il più probabile antenato. E' la tesi sostenuta da cinque studi pubblicati oggi su "Science" che hanno analizzato i fossili di 5 individui (sono emersi nuovi frammenti rispetto allo scorso anno), fossili quanto mai completi, che sono stati datati con buona precisione a 1,997 milioni di anni fa. Le antiche ossa hanno caratteristiche primitive, scimmiesche, e altre più moderne, tipiche del genere Homo, un mosaico di tratti che ne fanno - secondo i suoi scopritori - il migliore candidato ad essere l'antenato dell'erectus. e un interessantissimo ominide, non necessariamente parte della nostra linea evolutiva secondo altri ricercatori. 

«I fossili mostrano un cervello piccolo, ma sorprendentemente evoluto», ha detto Lee Berger, esperto di evoluzione umana dell'università sudafricana di Witwatersrand, a Johannesburg. Gli ominidi, ha spiegato, avevano «mani con pollici lunghi come quelli umani, così come anche l'osso sacro, ma piedi e anca hanno una forma mai osservata sugli ominidi; si tratta di una combinazione di caratteri arcaici e umani in un unico individuo».

Bacino sediba courtesy of lee berger Il bacino del sediba è piuttosto ampio, a dispetto del cranio che è ancora piccolo, questo mette in discussione la teoria secondo cui il bacino umano si sarebbe allargato apposta per lasciare passare feti dalla testa più grande. Altra scoperta molto interessante quella di indizi che suggerirebbero che questo ominide primitivo facesse uso di strumenti.Cranio ricostruito

Se il cervello ha mostrato una conformazione che non rientra nei modelli ipotizzati finora e relativi alla transizione al genere Homo, la struttura della mano appare molto diversa da quella delle scimmie e risulta avere tutte le caratteristiche adatte ad afferrare e manipolare oggetti. Gli arti inferiori presentano invece una combinazione tra quelle umane e quelle dei più antichi ominidi.
  

Cranio sediba - courtesy of Lee Berger and the University of Witwatersrand Il sediba è stato ritrovato a 40 chilometri a Nord Ovest di Johannesburg, in un'area ricca di grotte calcaree chiamata Cradle of Humankind (culla dell’umanità) e riconosciuta dall'Unesco perché lì erano già stati trovati i resti di alcuni ominidi: il più antico fossile di Australopithecus africanus, (Mrs. Ples, per gli amici), il bambino di Taung, della stessa specie, e un altro australopiteco celebre: «Little Foot», vecchio 3,3 milioni di anni, di specie ancora incerta.  I fossili del sediba sono stati ritrovati nell'area di un'antica grotta dove circa 2 milioni di anni fa questi antichi progenitori dell'uomo sono scivolati probabilmente a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro. Un rapido accumulo di sedimenti ha poi preservato i corpi nel tempo. Lo stato di conservazione di alcuni resti è eccellente e sono stati individuate piccole parti di materiale organico, probabilmente tessuti molli o pelle, che sono tuttora analizzati dai ricercatori.

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7 settembre 2011 - 8:05

C'è ancora una speranza per elefanti e rinoceronti?

Kuki gallmann e un rinoceronte ucciso Dalle riserve e dai parchi africani arriva ogni giorno un bollettino di morte. Stanno sterminando elefanti e rinoceronti a una velocità impressionante. Ho deciso dunque di ospitare nel mio blog l'importante testimonianza  della scrittrice Kuki Gallmann, un accorato appello che abbiamo pubblicato sul Domenicale scorso. Kuki Gallmann vive da 40 anni in Kenya dove, per onorare il nome del marito e del figlio morti in un incidente, ha fondato Gallmann Memorial Foundation  e la Laikipia Nature Conservancy. Da allora lotta in prima linea contro il bracconaggio.

 

 

Elefanti, addio

di Kuki Gallmann

Le raffiche di Kalashnikov echeggiano nella valle del Grande Rift non più solo nelle notti di luna piena. Nel sole di mezzogiorno seguo una delle mie squadre antibracconaggio, lungo un pendio scosceso, fino a una valle, dove so di trovare la carcassa sfigurata di un altro elefante.Carcassa di elefante

Questa volta è una femmina. Una matriarca di forse trent’anni a giudicare dal corpo, dall’usura delle unghie: le zanne, divelte a colpi d’ascia sono già lontane, nascoste sotto un carico di carbone diretto a Mombasa, dove verranno imbarcate su un daho arabo, verso la Somalia e l’insaziabile mercato cinese.

Oggi la notte risuonerà delle strida delle iene, dei ruggiti dei leoni, degli ululati degli sciacalli che si contendono le grandi spoglie. Domani, i resti dilaniati formicoleranno di milioni di larve, e fra una settimana solo pelle putrefatta e ossa sconnesse rimarranno di questa regina della savana, il decimo elefante raccolto quest’anno nella Laikipia Nature Conservancy.Carcassa 2

Associano il loro acquisto coloro che entrano in eleganti negozi a Pechino, a Bangkok, a Tokyo per scegliere in una vetrina illuminata un superfluo oggetto d’avorio di cui potrebbero benissimo fare a meno, all’orrore, al terrore, che sono il vero prezzo della loro ignoranza?

Si rendono conto, di essere più colpevoli di questa morte di quanto non lo sia il bracconiere che preme il grilletto?

Il bracconiere, in questa parte del Kenya dove vivo io da quarant’anni, è un giovane cacciatore della tribù dei Pokot. È stato armato da uno dei tanti mercanti Somali che rimangono impuniti, importatori di armi illegali dalla Somalia, disintegrata, al nostro confine. È spinto dalla tentazione di un guadagno che equivale al ricavato di quindici anni di ipotetico lavoro, con nessun proporzionale deterrente legale, perché sa che se per caso cadesse nelle mani della legge, fatto raro, sarà probabilmente subito rilasciato. Il valore dell’avorio, spinto dalla domanda del mercato, oggi è tale, e le condanne talmente irrisorie, che val la pena correre il rischio. Un chilo è venduto per 750 dollari. Recentemente, il 26 agosto, 1.041 zanne illegali sono state requisite a Zanzibar, l’equivalente di oltre 520 elefanti. Il primo aprile la dogana thailandese scoprì 247 zanne provenienti dal Kenya; due settimane dopo, 122 in Vietnam, e l’indomani 707 dirette in Cina, mentre, in maggio, 84 zanne furono intercettate a Nairobi. La legislazione applicabile per crimini contro gli animali selvatici in Kenya è obsoleta. Data infatti agli anni Settanta, quando la caccia era permessa, gli elefanti abbondavano, i negozi che vendevano oggetti d’avorio ai turisti erano comunissimi, e la popolazione non aveva raggiunto il livello di ora, con rampante disoccupazione.

E, soprattutto, la presenza cinese in Africa non esisteva.

Il ritrovamento Il rapido espandersi dell’economia cinese, e la domanda per zanne di elefante – e corno di rinoceronte – in estremo oriente, dove gli oggetti di avorio intagliato rappresentano uno status symbol, uniti all’influenza economica cinese in Africa, e al proliferare di compagnie di costruzione cinesi, sono direttamente responsabili per il tragico e irreversibile declino delle popolazioni di elefanti e rinoceronti attraverso il continente. Il 90% dei contrabbandieri arrestati a Nairobi è cinese. Il Kenya perde ogni anno molte centinaia di elefanti; il bracconaggio ha raggiunto livelli senza precedenti. I primi a sparire sono stati i grandi maschi e ora è il turno delle matriarche, il nucleo, la memoria del branco.

Gli attacchi naturalmente si concentrano in aeree conosciute per l’abbondanza di questi animali, e l’asperità del terreno, come i grandi parchi di Tsavo e Voi, il Monte Kenya, le riserve di Samburu e del Mara e il luogo noto per la più grande concentrazione di elefanti e rinoceronti fuori dei parchi nazionali: la regione di Laikipia, dove vivo io, che confina lungo l’intera parte occidentale con la Grande Rift valley, l’impenetrabile regione abitata dalla tribù dei Pokot.

Kuki gallmann e il rogo dell'avrio del 1989 Non sono nuova alla lotta al bracconaggio: nel 1980, quando bande di bracconieri armati provenienti dalla Somalia discesero attraverso il Kenya, ammazzando elefanti e rinoceronti, io iniziai la prima squadra antibracconaggio privata del paese. Allora funzionava: non ora, quando il prezzo dell’avorio è salito alle stelle, la domanda per «l’oro bianco» è insaziabile e i nostri rangers, ancora armati con fucili antiquati, devono far fronte a un nemico risoluto e munito di armi moderne.

Nel luglio 1989, a Nairobi, partecipai attivamente allo storico rogo di dodici tonnellate di avorio sequestrate ai bracconieri: i compratori, provenienti soprattutto dall’estremo Oriente, si erano riversati a Nairobi per acquistarle. Organizzai con un team di esperti il complesso sistema per dare alle fiamme una sostanza che naturalmente non brucia. In seguito fui nominata Honorary Warden del Kenya Wildlife Service, e mi trovai catapultata in prima fila nella lotta per la protezione dell’ambiente.La squadra antibracconaggio

Lo scopo di questo coraggioso gesto di coerenza e di sfida da parte del Kenya era di squalificare un mercato che era responsabile di uccisioni indiscriminate. La vendita dell’avorio fu infatti proibita subito dopo in tutto il mondo per vent’anni da Cites (la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione), per permettere ai branchi di elefanti di riprendersi.

Nel 2007 purtroppo, due anni prima della scadenza del bando, a richiesta del Sudafrica, Namibia, Botswana e Zimbabwe, la vendita alla Cina e al Giappone di avorio accumulato in questi paesi, fu autorizzata dall’agenzia Cites: un tragico errore. Immediatamente il prezzo aumentò, il mercato nero rifiorì e la pace finì ancora una volta per gli elefanti nella savana dell’Africa. Nella Laikipia Nature Conservancy sessantaquattro elefanti furono uccisi nel 2009.

Rogo dell'avorio Il 21 luglio, in segno di disgusto per la rinnovata ecatombe di elefanti, il Kenya bruciò ancora, pubblicamente a Manyani, vicino allo Tsavo East, 5 tonnellate di avorio illegale sequestrato in Singapore, con l’aiuto dello stesso team di ventidue anni fa.

 

Ma se il traffico criminale internazionale non verrà bloccato, se la nuova legge non sarà approvata immediatamente, e se drastiche misure non verranno prese con urgenza per proibire ancora una volta ogni vendita di avorio, questo gesto non avrà conseguenze e l’elefante rischierà di diventare un mammut nel corso di una generazione.

(P.S. Dopo la consegna di questo articolo, lunedì scorso, 794 zanne sono state sequestrate a Hong Kong e 114 ancora in Tanzania il 30 e 31 agosto: 454 elefanti. Sabato 166 pezzi d'avorio sono stati intercettati in Zambia, e ieri 695 zanne dirette in Cina sono state sequestrate in Malesia. La strage continua.)

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Categorie: Ambiente, Animali

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23 agosto 2011 - 17:46

Il vostro cane vi giudica?

Terranova «Come può l’uomo conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro?» Chissà se quando Montaigne metteva su carta questi pensieri, nella sua torre immersa nella campagna del Périgord, poteva immaginare la corrispondenza d’amorosi sensi che lega i ratti, che soffrono nel vedere i loro simili torturati, e che rinunciano alle leccornie se per averle viene inflitta una scossa ai loro compari. Chissà se sospettava la smaccata avversione per le ingiustizie dei cebi dai cornetti, che controllano con attenzione che i propri compagni siano trattati correttamente. O che i bonobo hanno tutt’altra idea su come condividere un piatto di cibo rispetto agli scimpanzé, e che questi ultimi puniscono chi arriva tardi per la cena, quando la regola imposta dai perfidi ricercatori è che nessuno mangia se non sono tutti presenti. O, ancora, che l’unico modo che aveva l’etologa russa Nadia Ladygina-Kohts per fare scendere dal tetto il testardissimo scimpanzé Joni era di mettersi a piangere. E che le elefantesse sanno delicatamente prendersi cura di chi sta male, come le orche o i delfini, che sono cetacei assai compassionevoli.


Certo possiamo immaginare che l’autore dei Saggi sarebbe interessato a leggere Giustizia selvaggia. La vita morale degli animali (B.C. Dalai, Milano, pagg. 280, € 18,50) una sorta di manifesto in cui l’etologo e biologo Marc Bekoff, cofondatore, con Jane Goodall, di «Ethologists for the ethical treatement of animals» e la filosofa Jessica Pierce invitano a riconsiderare il nostro modo di trattare gli altri animali, dopo aver passato in rassegna i recenti studi che mostrano che l’altruismo, l’empatia, l’avversione per le ingiustizie, la punizione, lo sdegno sono qualcosa di ben più antico dell’uomo. Sono condivisi da molte specie. La loro tesi è chiara: i dati che si accumulano stanno demolendo la nostra percezione dei confini tra esseri umani e animali, mostrando che almeno alcune specie hanno un ampio repertorio di comportamenti morali (e immorali), e che questi danno forma alle loro vite e alle loro società. Che la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato svolge un ruolo importante nelle loro interazioni sociali proprio come nelle nostre. Certo, quello che è corretto per un lupo non è necessariamente uguale a quello che è corretto per un uomo, e anche all’interno delle singole specie è stato mostrato che le regole di gruppo possono cambiare.

Cavallo leshoto
Il saggio è il naturale seguito a La vita emozionale degli animali, in cui Bekoff sosteneva che le vituperate bestie, almeno quelle con un cervello ragionevolmente sviluppato, hanno vivide e distinte personalità, menti capaci di alcuni tipi di pensieri razionali e, soprattutto, sentimenti. Ci raccontava che i gorilla fanno funerali, i cani ridono, gli scimpanzé piangono, i cavalli hanno il senso dell’umorismo, i topi sono grandi amanti del divertimento, mentre i pesci possono essere afflitti e spaventati, e sono pure capaci di astuzia e inganno (leggi qui l'articolo).
Definita la moralità come «insieme di comportamenti correlati e indirizzati verso gli altri, tesi a sviluppare e regolare le complesse interazioni all’interno dei gruppi sociali», Bekoff e Pierce ritengono che questa possa essere presente nelle specie che hanno tre caratteristiche: comportamenti empatici (legati alla capacità di sentire le sofferenze altrui, provare cordoglio, eccetera), cooperativi (quando c’è altruismo, reciprocità, fiducia, punizione o vendetta) e concernenti la giustizia (quando gli animali valutano la correttezza delle azioni altrui, hanno aspettative riguardo a ciò che si meritano o a ciò che deve essere condiviso, quando sono presenti sdegno, castigo, rancore).


Almeno due studi del 2007 hanno mostrato che ci sono specie, come i ratti, capaci di altruismo reciproco generalizzato, cioè di fornire aiuto a un individuo sconosciuto e non consanguineo. Prima si riteneva una prerogativa degli uomini e forse degli scimpanzé. «Se l’etica ha a che fare con l’altruismo, non è detto che quest’ultimo abbia sempre a che fare con l’etica» scrive l’etologo Danilo Mainardi nella prefazione. In biologia, il termine altruismo è infatti usato in maniera piuttosto generale. Taluni ricercatori sostengono che le muffe mucillaginose si comportino in modo altruistico (sic): alcuni di questi organismi unicellulari «si sacrificano» per divenire parte dello stelo della struttura mucillaginosa che deve morire per fare da sostegno alle cellule vive.
Bekoff e Pierce non ritengono di dover definire «morali» i viscidi esserini, e l’esempio permette loro di introdurre il criterio dei requisiti minimi: le muffe infatti, presumibilmente non posseggono una vita emotiva e non hanno nemmeno abilità cognitive come quelle che servono per capire le intenzioni altrui o fare previsioni sul futuro. «Noi proponiamo di considerare morali gli animali capaci delle forme più complesse di cooperazione e non di quelle più semplici, come l’altruismo derivante da selezione di parentela (una sorta di nepotismo, ndr) e il mutualismo (quando gli individui collaborano in funzione di un immediato vantaggio comune, ndr); di un’organizzazione sociale dotata di un certo grado di complessità in cui esistano norme comportamentali stabilite cui ricollegare forti stimoli emotivi e cognitivi su ciò che è giusto o sbagliato; di un certo livello di complessità del sistema nervoso, che serva come base per emozioni morali e per la capacità di prendere decisioni fondata sulla percezione del passato e del futuro; di un livello abbastanza elevato di capacità cognitive (di una buona memoria, per esempio); di un alto grado di flessibilità comportamentale. I candidati comprenderebbero i bonobo, gli scimpanzé, gli elefanti, i lupi, le iene, i delfini, le balene, i ratti».


Del resto già Charles Darwin sosteneva che gli animali superiori avessero le nostre stesse intuizioni, sensazioni, passioni, affetti ed emozioni, che fossero generosi e gelosi, vendicativi, ingannatori, capaci di provare gratitudine, suscettibili al ridicolo ma dotati di senso dell’umorismo. E per David Hume non esisteva verità più evidente del fatto che le bestie fossero dotate di ragione e pensiero come gli uomini. Per il filosofo vi era continuità tra uomo e natura. Una continuità evolutiva, diremmo oggi.


Dopo queste osservazioni è lecito chiedersi se negli animali esista una qualche forma di consapevolezza, accompagnata da un più o meno consapevole piacere nel fare del bene a qualcun altro. «Un appagamento – scrive Mainardi – che potrebbe essere in parte culturale e in parte rispondente a un’esigenza "scritta dentro" in ogni individuo di specie sociale. Ciò semplicemente perché il comportarsi altruisticamente, per degli individui sociali, produce evolutivamente una convenienza, un’adattività». Niente scuse però. Se secondo gli autori la risposta alla domanda se la moralità abbia basi biologiche è quasi certamente affermativa, ciò non significa che la biologia abbia l’ultima parola sulla moralità.


«Gli animali sono amici così gradevoli: non fanno domande, non criticano» scriveva George Eliot. Sicuri?

Voi cosa ne pensate? Inviateci il vostro commento, o il racconto della vostra esperienza

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1 giugno 2011 - 8:31

Che gusto c'è a mangiare immondizia?

Food-is-a-weapon Due ragazzi pedalano nella notte per le strade di una linda città europea. Fermano le bici, si introducono in un vano e iniziano a frugare nei bidoni dei rifiuti. La scena di apertura di Taste the waste (Germania, 2011, di Valentin Thurn, www.tastethewaste.com), «gusta l’immondizia» non parla della crisi economica né degli effetti del lavoro precario. Racconta un nuovo modo di nutrirsi e di pensare che si sta diffondendo nel mondo sviluppato: dall’Europa all’America, al Giappone.  Al grido di «salviamo il cibo dalla spazzatura» e di «mangiamo il pattume» gruppi di persone che vogliono ridurre il riscaldamento climatico e la fame nel mondo, saccheggiano i cassonetti delle loro città. 

Pochi ne sono consapevoli, ma negli Usa o in Italia il cibo che si butta via è più di quello che si mangia. Con le vivande che finiscono nelle discariche di Europa e Nord America si potrebbero nutrire tre volte le persone che non hanno abbastanza da mangiare. Chi si discolpa, quando getta via il pane pensando che comunque non può spedirlo in Africa, deve considerare che più si butta, più il prezzo del grano sale, e si favorisce indirettamente la fame nel mondo. E quando il costo dei cereali raddoppia, come nel 2008, svariate centinaia di milioni di famiglie non riescono più a garantirsi un adeguato apporto calorico.

Eat trash Non solo, se dimezzassimo lo spreco di cibo l’impatto sui gas serra sarebbe equivalente al togliere tutte le auto dalle strade del pianeta. Sono impressionanti le cifre che sciorina Taste the waste, o anche Dive! Living off America’s waste, di Jeremy Seifert  (www.divethefilm.com), entrambi in programma al festival Cinemambiente di Torino (dal 31 maggio al 5 giugno, www.cinemambiente.it).

Quasi la metà dei vegetali prodotti sono scartati ancora prima di essere venduti all’ingrosso: sono troppo grandi o piccoli rispetto alle dimensioni imposte dalla grande distribuzione. O sono storti. Non vediamo più carote e cetrioli curvati non perché abbiamo imparato a farli dritti, ma perché quelli "deviati" sono eliminati. Inoltre i negozi oggi buttano i prodotti diversi giorni prima della scadenza. I consumatori, infatti, non comprano più beni che durano solo pochi giorni, e così i commercianti fanno più profitti se mettono sugli scaffali cibi appena arrivati.

Come se non bastasse, alcune leggi, quelle europee sono del 2006, hanno vietato di usare cibi scaduti come alimenti per animali. Così, per ingrassare la carne che arriverà nel nostro piatto, l’Europa ha bisogno di comprare 5 milioni di tonnellate di cereali: l’equivalente dell’intero raccolto dell’Austria. Infine la gente tende a riempirsi il frigo, anche se non consumerà tutto. Waste-Not

«Queste banane sono perfette - esclama accorata una donna che lavora ai mercati generali di Parigi -. Vengono dal Cameroon, il mio paese, dove i miei vicini non se le possono neanche permettere. E noi le buttiamo via. Non le possiamo dare nemmeno ai poveri. E' vietato portarle a casa persino ai noi dipendenti». «Sarei orgoglioso di essere arrestato per aver mangiato la spazzatura di qualcun altro - dice uno dei protagonisti di Dive! - C’è un conflitto tra ciò che credo sia giusto e ciò che è legale».

La gente ha iniziato a darsi da fare per cambiare leggi e abitudini, in modo di ridurre gli sprechi. Questo modo di pensare è arrivato anche in Italia, ne è un esempio Last Minute Market (www.lastminutemarket.it), spin-off dell’Università di Bologna per il recupero sostenibile di beni alimentari e generici, capitanato dal preside della facoltà di agraria, Andrea Segrè, che ha organizzato anche attività con Slowfood e sul tema ha pubblicato due libri (Lezioni di ecostile  e Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo, scritto insieme a Luca Falasconi). Vik Muniz, artista brasiliano noto per le opere fatte con materiali raccolti nelle discariche, un po' come facevano gli esponenti dell’arte povera, in Waste Land (sempre in programma a Torino) commenta: “così si trasforma la materia in un’idea”.

E voi che cosa ne pensate? Siete disposti a dare un taglio al vostro spreco di cibo e a trovare dei sistemi per ridurlo in generale? Se sì, che cosa suggerite di fare? Sareste disposti a mangiare i cibi che oggi vengono buttati? Scrivete la vostra opinione inviando un commento.

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31 maggio 2011 - 21:21

I cellulari provocano il cancro?

Utilizzare i cellulari potrebbe aumentare il rischio di sviluppare alcune forme di tumore al cervello e chi ne fa uso dovrebbe prendere in considerazione metodi per ridurre l'esposizione alle radiazioni elettromagnetiche che emettono. L'Organizzazione mondiale della sanità fa marcia indietro, dopo avere dichiarato per anni che non esistevano prove che i campi elettromagnetici a radiofrequenza potessero aumentare il rischio di tumori.


In una conferenza stampa convocata questa sera a Lione presso l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (www.iarc.fr) l'Oms si è fatta portavoce del "cambio di classificazione" deciso dallo Iarc. Dopo che un gruppo di lavoro di 31 ricercatori di 14 paesi ha esaminato per una settimana le prove portate da tutti gli studi scientifici disponibili, l'agenzia Onu ha deciso di classificare i campi magnetici a radiofrequenza - che comprendono le radiazioni elettromagnetiche generate da telefoni cellulari, ma anche quelle emesse da radar e microonde, radio e televisioni - come "forse cancerogene". La classificazione dello Iarc suddivide gli agenti in 5 categorie, "cancerogeno", "probabilmente cancerogeno", "forse cancerogeno" (quando vi sono prove limitate che vi possa essere un maggiore rischio di cancro sia in studi sull'uomo sia negli animali), "non classificabile" (in genere per assenza di prove), "probabilmente non cancerogeno".


In particolare il direttore dello Iarc e gli altri esperti presenti alla conferenza stampa hanno detto che il cambio di classificazione, cui sono giunti quasi all'unanimità, è basato su studi epidemiologici e su animali, e soprattutto sui due più grandi studi epidemiologici condotti nell'ultimo decennio che hanno mostrato che chi usa i telefoni cellulari - cinque miliardi di persone nel mondo - può avere un maggiore rischio di sviluppare il glioma, un cancro del cervello. Una di queste ricerche ha preso in esame 13mila utilizzatori di telefonini per oltre 10 anni.

Un limite degi studi epidemiologici presi in considerazione,  è che questi si perlopiù riferiscono a osservazioni che risalgono al massimo al 2004. Da allora le tecnologie sono cambiate, c'è stata un'attenzione a ridurre le emissioni, ma è anche cambiato il modo di usare i telefoni, che si sono molto diffusi anche tra bambini e adolescenti. Senza considerare l'introduzione massiccia del wi-fi.

Alle domande dei giornalisti, i ricercatori hanno precisato che non sono in grado di fornire una quantificazione di questo rischio perché servono ulteriori indagini, né di formulare indicazioni per i governi, perché non è compito loro. Hanno però sottolineato come paesi come la Francia abbiano già sviluppato delle linee guida per ridurre l'esposizione a tali radiazioni. Gli esperti hanno anche affermato di non avere a disposizione gli strumenti per dare suggerimenti agli utenti su come proteggersi, ma che l’esposizione si riduce stando meno tempo al telefono, usando l'auricolare o mandando sms invece di chiamare. A chi chiedeva se anche i ripetitori posti sui tetti delle case o su antenne presentassero rischi, i ricercatori hanno risposto che pure questi apparecchi emettono le onde ora classificate come «forse cancerogeniche», ma che l'esposizione che producono sarebbe di cinque ordini di grandezza inferiore rispetto all'uso di un telefono portatile (un'informazione ppiuttosto vaga, perché uno dei fattori da tenere in considerazione è la distanza da essi).

Il meccanismo di cancerogenicità non è ancora noto: non trattandosi di radiazioni ionizzanti - hanno spiegato - non può essere dovuto a rotture di atomi o molecole, ma ci sarebbero prove iniziali di citotossicità. In generale gli scienziati hanno sottolineato come vi siano ancora molti elementi da valutare e molte incertezze, e come sia perciò necessario proseguire con la ricerca per giungere a una maggiore chiarezza.

E voi cosa ne pensate? Ridurrete o avete già ridotto la vostra esposizione alle onde elettromagnetiche? Scrivete la vostra opinione inviando un commento

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15 aprile 2011 - 8:38

Guarire è anche questione di immaginazione?

Placebo Bastano cento millisecondi al nostro cervello per farsi un’idea se lo sconosciuto che ci sta davanti merita fiducia. Fin dai primissimi istanti di una visita, come due cani che incontrandosi s’annusano, i cervelli di medico e paziente si scrutano vicendevolmente attraverso meccanismi consci e inconsci e gettano le basi per un’interazione che potrà avere effetti positivi e negativi molto maggiori di quel che si pensa. E che può anche dare origine all'illusione di essere curati mentre invece si sta ricevendo solo conforto e acqua fresca.

Anche quando la malattia non è immaginaria, l'immaginazione gioca un ruolo importante nel processo di guarigione. Non basta offrire la giusta terapia: per stare meglio il malato ha bisogno du speranza, aspettativa, e di un (trascurato) buon rapporto tra il medico e il malato. Una relazione fatta di stima, conforto e comprensione i cui effetti sono così benefici che spesso il paziente rischia di preferirli a una reale cura.

Fin dalla prima impressione, la mente del paziente inizia a modificarsi. Oltre al senso di fiducia, contano i gesti del terapeuta, il tono e l’assertività delle sue parole, l’incoraggiamento verbale, la promessa di un miglioramento.

Ahh... questo è il suo problema! Tali emozioni provocano infatti la liberazione di un gran numero di neurotrasmettitori, come gli oppioidi naturali, e l’attivazione di aree cerebrali e circuiti neuronali alla base di fiducia, speranza, empatia che possono generare sensazioni di piacere e gratificazione capaci di ridurre il dolore e che in alcuni casi sono parzialmente in comune con il meccanismo d’azione di certi farmaci, e dunque lo possono modulare e potenziare. Una volta che il malato riceve la terapia, nel suo cervello entrano anche in azione i meccanismi dell’aspettativa e dell’effetto placebo che in alcuni casi si sono mostrati pure capaci di risvegliare una più efficace risposta ormonale e immunitaria.

Studi scientifici hanno mostrato che curando l'interazione col paziente e lo stato d'animo del malato si può accelerare la guarigione o far sopportare meglio il dolore in svariate malattie, dal parkinson fino alle ustioni, dalle patologie coronariche alla depressione. In altre parole, il puro rituale del ricevere una terapia, indipendentemente da questa, può avere un effetto potente che va ad aggiungersi e a potenziare quello del trattamento. Ma può anche confondere le idee al malato. Esemplificativo uno studio sul costo delle medicine: più alto era, a parità di sostanza, più elevato era il beneficio percepito. O il caso della psicoterapia, dove la buona intesa tra medico e paziente sembra essere la terapia stessa, visto che il beneficio misurato è il medesimo indipendentemente dai 400 tipi diversi di trattamento disponibili.

Shona_witch_doctor_(Zimbabwe) photo by Hans Hillewaert Fino dalla notte dei tempi, del resto, troviamo stregoni, sciamani e altri ciarlatani. La loro esistenza e persistenza suggerisce che un effetto, il puro rito terapeutico, lo deve pure avere. Il rischio, oggi che esistono anche terapie efficaci, è che i pazienti le trascurino solo perché i medici non sono in grado di fornirgli anche i benefici del "rito".

«Non solo i medici devono preoccuparsi di acquisire buone capacità tecniche, ma devono anche rafforzare le loro abilità sociali», afferma il fisiologo Fabrizio Benedetti nel suo recente saggio The patient’s brain. The neuroscience behind the doctor patient relationship (Oxford University Press, pagg.328, £34,95) in cui esplora la relazione medico-paziente da un punto di vista neurobiologico. Benedetti dirige un laboratorio presso l’Istituto nazionale di neuroscienze di Torino che il «The New England Journal of Medicine» ha definito il più importante al mondo per gli studi dell’effetto placebo. Nel suo saggio descrive cosa determina la percezione di un sintomo e cosa la influenza (per esempio fattori psicologici come ansia, depressione rabbia esacerbano la sofferenza) ma anche cosa significa cercare sollievo dal dolore, avere fiducia, sperare, e aspettarsi che la malattia migliorerà o peggiorerà (effetto placebo e nocebo). Mostra, con le neuroscienze, l’importanza di curare il paziente, e non solo la malattia.

Il quadro che emerge è di ricerche ancora troppo settoriali per dare una spiegazione complessiva e sintetica del fenomeno. Ma se ne possono già ricavare una serie di consigli. Ovvi, forse, ma dall’efficacia scientificamente provata. Se da un lato il paziente deve mettersi nelle condizioni di fidarsi e sperare, dall’altro lato il medico deve mostrarsi empatico e compassionevole, rassicurante e amichevole. Fondamentale la fiducia e creare aspettativa: esperimenti condotti su malati che non sapevano di essere curati hanno mostrato una riduzione dell’efficacia del trattamento. Mai negare la speranza: se non guarirà il malato ne ridurrà la sofferenza.

E voi che cosa ne pensate? Scrivete la vostra opinione nello spazio riservato ai commenti

 

 

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7 marzo 2011 - 8:04

Tra vent'anni i robot saranno più intelligenti di noi?

Transcendent_man_poster Intelligenza, per Ray Kurzweil, è «capacità di risolvere problemi usando risorse limitate, come il tempo». Ebbene, il celebre inventore è convinto che in 20 anni costruiremo macchine più intelligenti di noi. Il 2045 sarà il momento della «singolarità», ovvero dell’esplosione dell’intelligenza. Rappezzandoci con le tecnologie aumenteremo esponenzialmente le nostre capacità mentali, trascendendo i nostri limiti biologici. I robot saranno strumenti per ampliare il nostro intelletto e per mantenerci sani più a lungo.

Chi già ridacchia forse non sa che Kurzweil ha creato il primo scanner CCD, il primo sistema ottico per riconoscere i caratteri, la prima macchina che legge un testo (usata da Stevie Wonder) e la prima che riconosce il parlato. Ha vinto il Mit-Lemelson Prize, il maggior premio alll’innovazione, ha 18 lauree honoris causa e la sua Singularity University, fondata con Larry Page, è ospitata dalla Nasa. Può valer la pena ascoltare cosa ha da dire.

La sua definizione di intelligenza comprende anche quella emotiva: «la più complessa. Far ridere, provare sentimenti, essere sexy sono comportamenti molto intelligenti. Se consideriamo solo le abilità logiche, i computer sono già superiori a noi», spiega.

Kasparov_and_the_machine Quando sostiene che in 20 anni le capacità intellettive dei robot saranno pari alle nostre si basa principalmente su tre considerazioni. La prima è che le tecnologie dell’informazione progrediscono esponenzialmente (la potenza di calcolo raddoppia ogni anno); la seconda è che se stimiamo quanta capacità di calcolo serve per simulare l’intelligenza umana, questa capacità è già alla portata dei supercomputer e in 10 anni sarà in un pc. La terza riguarda l’elemento più importate di queste macchine: il software: «È una stima conservativa dire che avremo modelli di simulazione del nostro cervello funzionanti in 20 anni: la comprensione della mente fa progressi esponenziali. E ciò sarà la chiave per creare il software di simulazione dell’intelligenza umana», ha spiegato Kurzweil, il cui ultimo libro si intitola: How the Mind Works and How to Build Onee che sabato a Milano ha partecipato a un incontro organizzato da iLabs, laboratori di ricerca privati fondati 33 anni fa da Gabriele Rossi ed Antonella Canonico e finanziati coi proventi degli spin off.

«Quando, nel ’98, i supercomputer batterono il campione mondiale di scacchi, la gente disse che non sarebbero mai stati capaci di capire il linguaggio umano. Ma l’estate scorsa il supercomputer Watson ha vinto il quiz tv Jeopardy, dove le domande erano ricche di riferimenti emotivi, giochi di parole, battute (vedi il video http://www.youtube.com/watch?v=3bifUJCyMwI).  Watson ha mostrato che i computer possono fare un buon lavoro nel capire il linguaggio umano. Infatti era in grado di comprendere le domande del quiz televisivo, e di rispondere, poiché aveva letto tutta wikipedia, innumerevoli pagine Internet, svariate enciclopedie e le ricorda tutte! Ha dunque la conoscenza. E' vero che Watson non è ancora a livello umano, ma rappresenta una delle pietre miliari.  Quando i computer avranno raggiunto il livello dell’intelligenza umana, potranno padroneggiare tutta la conoscenza umana che è sul web e che continuerà a crescere esponenzialmente. Noi li useremo come strumenti per aumentare la nostra intelligenza (del resto lo stiamo già facendo) e per mantenerci sani. Non mi piace la parola transumanesimo, perché implica che non saremo più umani. Preferisco dire che trascenderemo i limiti della nostra biologia».

Quando ci saranno robot con le nostre capacità intellettive che disporranno dell’intero scibile umano, poiché leggeranno tutto il Web e non dimenticheranno nulla, sarà um mondo molto difficile da immaginare oggi. Ed è difficile accettare un tale cambiamento, tanto che molti ricercatori hanno criticato il lavoro di Kurzweil. «Alcuni non credono che l'aumento delle conoscenze sul funzionamento del cervello umano sia esponenziale, ma non è così: abbiamo a disposizione macchine sempre più precise per studiarlo, scanner sempre più evoluti, e sistemi di analisi dei dati sempre più potenti. Per Kurzweil la spiegazione è un'altra, non siamo fatti per prevedere avvenimenti che crescono con tali proporzioni: «la nostra intuizione del futuro è lineare, mentre il progresso è esponenziale. Senza considerare che quando una funzione aumenta esponenzialmente, le variazioni iniziali sono minime, difficili da percepire, poiché la curva logaritmica parte quasi piatta, per poi inpennarsi».

E voi che cosa ne pensate? Vi sembra verosimile che tra vent'anni avremo robot più intelligenti di noi? Robot dotati anche di intelligenza emotiva?

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27 febbraio 2011 - 7:35

Si potevano prevedere le rivoluzioni nel mondo musulmano?

Emmanuel_Todd (copyright Xavier Malafosse) La rivolta che è partita dalla Tunisia per infiammare poi il mondo musulmano non era prevedibile, si sente ossessivamente ripetere in questi giorni. Non è vero. Ciò che sarebbe accaduto era spiegato nel saggio L'incontro delle civiltà, che lo storico e demografo francese Emmanuel Todd scrisse nel 2007 con Youssef Courbage (Marco Tropea editore, pagg. 155, euro 14,90). Todd già aveva anticipato l’implosione dell’URSS nel 1976, notando che il tasso di mortalità infantile dalla fine degli anni 60 aveva cominciato a risalire, e l’attuale crisi finanziaria nel 2002, osservando che i servizi finanziari, le assicurazioni, l’immobiliare crescevano due volte più velocemente dell’industria, mentre il debito montante mostrava una disconnessione con la realtà.

In L’incontro delle civiltà Todd affermava, contrariamente all’opinione corrente, che nel mondo musulmano era in corso una profonda e radicale modernizzazione. Una transizione destinata a rivoluzionare le strutture famigliari, i rapporti di autorità, i riferimenti ideologici. Non si andava dunque verso uno scontro di civiltà, era prossimo l’incontro. Lo raggiungiamo al telefono, entusiasmato dal momento storico che si sta dispiegando, e intento a riesaminare le informazioni in suo possesso.

Quali sono gli elementi che vi permisero di arrivare a questa lungimirante conclusione?

Sono gli indicatori classici dell’analisi culturale. Il primo indicatore è il tasso di alfabetizzazione, con particolare attenzione ai giovani di 20-24 anni. Il secondo è il tasso di fecondità, che mostra il controllo che la gente ha sul proprio destino. Nel 2007 il tasso di alfabetizzazione nel mondo arabo stava aumentando con grande velocità. E, salvo qualche eccezione, la capacità di leggere e scrivere si era diffusa quasi universalmente nei giovani. Inoltre il tasso di fecondità aveva cominciato a diminuire drasticamente, seppure con variazioni regionali. È interessante osservare che il paese arabo che aveva il più basso tasso di fecondità – due figli per donna nel 2007 – era proprio la Tunisia. È un’analisi semplice, ma è considerata originale perché adesso la gente è ossessionata dai parametri economici, pensa che l’importante per valutare l’evoluzione di una società siano indicatori come il Prodotto interno lordo o gli scambi commerciali, mentre sono i dati che io uso a permettere di evidenziare un cambiamento di mentalità nella popolazione.

Perché questo movimento inedito di rivolta sociale e politica è avvenuto ora? E perché in questi paesi?

 Quando, nel 2007, lavoravo al libro con Courbage analizzando questi indicatori, notavamo che in parte del mondo musulmano vi era un tasso molto alto di alfabetizzazione e un tasso di fecondità molto basso. La modernità era dunque già lì. In tale contesto l’assenza di modernità politica e di aspirazioni verso la democrazia risultava assai bizzarra. Innanzitutto per la Tunisia, che era così avanzata: era strano che il regime di Ben Ali fosse in grado di perpetrarsi. Spiegammo perciò questo blocco temporaneo attraverso qualcosa di molto specifico del mondo arabo, che è la struttura familiare. C’è una preferenza per i matrimoni tra cugini, un fenomeno chiamato “endogamia”. Nel mondo arabo centrale, per esempio in Arabia Saudita, Siria, Giordania, il 35% dei matrimoni è tra cugini di primo grado. Con Courbage ipotizzammo che l’endogamia fosse un freno alla modernizzazione politica: i gruppi familiari sono chiusi su loro stessi e gli individui ne sono prigionieri. Tale struttura famigliare impedisce l’emergere di un individuo politico attivo e libero.

Ma ciò che non avevamo valutato a sufficienza erano le differenze tra le varie classi di età: l’endogamia in Tunisia aveva cominciato a decrescere a gran velocità tra i giovani.

Copyright Lara Ricci Perché la rivolta è avvenuta ora? Perché c’è stata questa ulteriore evoluzione. Il caso dell’Egitto è un po’ differente. Il tasso di alfabetizzazione era un po’ meno elevato che in Tunisia, quello di fecondità un po’ più elevato, ma il tasso di endogamia era nettamente minore ed era precipitato negli ultimi anni al 15%. Possiamo evidenziare alcune specificità che spiegano perché la rivoluzione è iniziata in alcuni paesi piuttosto che in altri. La Tunisia era la più avanzata dal punto di vista demografico, 2 figli per donna nel 2007, l’Egitto, il paese più popolato del mondo arabo, aveva una bassa endogamia. In più c’è stato un effetto contagio. Ogni paese andrebbe esaminato nel dettaglio. Per esempio, alla luce degli indicatori, quel che sta accadendo in Yemen non sembra avere lo stesso significato. La fecondità è scesa, ma secondo le statistiche dell’Onu nel periodo 2005-2010, è ancora a 5,5 figli per donna, sotto tale aspetto è il paese più in ritardo del mondo arabo. 

Quali sono gli altri paesi dove è più probabile aspettarsi la rivolta?

Bisogna guardare con estrema attenzione a quel che accadrà in Algeria e Marocco, perché in entrambi i paesi la fecondità è a 2,4 figli per donna e, al pari della Tunisia, sono due paesi parzialmente francofoni dove l’effetto di diffusione dei valori liberali francesi è importante. Al contrario la Siria, dove non accadono molte cose al momento, è un paese che ha il tasso di alfabetizzazione più alto del mondo arabo, ma questo non è sufficiente perché il tasso di fecondità è di 3,3 figli per donna, e soprattutto il livello di endogamia è piuttosto elevato. La Libia è ancora un caso particolare, molto difficile da analizzare, perché i dati disponibili non sono di buona qualità, non abbiamo informazioni sul tasso di endogamia, e c’è un’eterogeneità di popolazione. Ma ciò che sappiamo è che la transizione demografica è di una rapidità stupefacente: nel periodo 1980-85 il numero di figli per donna era 7, nel 2005-10 è crollato a 2,7. Un tasso molto vicino al Maghreb parzialmente francofono. In Libia c’è un criterio supplementare, quello delle rendite petrolifere, che permette all’apparato repressivo statale di sottrarsi al controllo della popolazione. Ciò che sta accadendo nel mondo arabo comincia a ricordarmi quel che accadde in Europa nel 1848, la Primavera dei popoli. Una rivoluzione che iniziò a Parigi, si diffuse alla Prussia, all’Austria, all’Italia, e  in alcuni paesi più o meno riuscì, mentre in altri fallì completamente. Ci sono talmente tanti avvenimenti importanti che accadono nello stesso momento! Ho l’impressione di esserne sommerso, bisogna far tutte le analisi contemporaneamente, ho l’impressione di vivere un momento storico stupefacente. Il caso della Libia è quello che mi sorprende, perché è l’esempio di paese petrolifero, dove l’apparato statale ha risorse importanti che permettevano l’esistenza di un apparato repressivo completamente indipendente dalla popolazione eppure il regime libico è sull’orlo di crollare. È molto importante dal punto di vista geopolitico, perché suggerisce che la stessa cosa potrebbe accadere in Arabia Saudita, dove i cambiamenti del tasso di fecondità sono paragonabili a quelli libici: sono passati da 7 figli nell’80-85 a 3,2 nel 2010-05. A mio parere in questi giorni i dirigenti sauditi devono essere terrorizzati, e gli americani anche. Come storico, sono sensibile all’importanza del momento storico e mi entusiasmo a ogni successivo avvenimento.

Possiamo prevedere quel che accadrà? Ci dobbiamo aspettare una spinta conservatrice o un’evoluzione democratica?

 Io non posso. La comparazione si fa con la storia, con quel che è accaduto in altri paesi. Perché questo processo di modernizzazione ha avuto luogo ovunque in epoche differenti. Ora è momento del mondo arabo, nel futuro sarà il turno del resto dell’Africa, e nel passato è stata la volta del resto del mondo. Bisogna guardare al succedersi di alfabetizzazione e rivoluzione. Prediamo l’esempio della Francia, che è stata l’iniziatrice di questo processo: il tasso di alfabetizzazione dei contadini del bacino parigino ha oltrepassato il 50% nella seconda metà del diciottesimo secolo e poi c’è stata la rivoluzione. Poi la fecondità ha cominciato a scendere, è stata ristabilita la monarchia, ci sono state altre rivoluzioni, il regime autoritario di Napoleone III, poi la terza repubblica, che era l’erede della rivoluzione, si è stabilizzata un secolo dopo gli avvenimenti del 1789. Ciò che rende gli avvenimenti più complicati nel caso del mondo arabo è un fenomeno di accelerazione nel tempo, di compressione delle evoluzioni culturali: tutto avviene molto più tardi, ma molto più velocemente. Il processo di alfabetizzazione ha avuto luogo in qualche decina d’anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a una velocità molto maggiore di ciò che avvenne in Europa. Poi il calo della fecondità ha seguito molto rapidamente. Il mondo arabo è in ritardo, ma c’è anche un’accelerazione della storia. Per me è impossibile dire se vedremo subito delle democrazie che funzionano correttamente o se vedremo un ritorno di regimi autoritari temporanei. Tuttavia ciò che posso affermare è che qualunque sia la forma del regime politico, e anche se vedessimo il ritorno di regimi autoritari, la natura della vita sociale resterà trasformata, l’emergenza di un temperamento individualista, più liberale, questa è una conquista definitiva. Non si può immaginare che si possa tornare indietro. Ma restano molte incognite, in alcuni paesi vi sarà una componente religiosa islamica, in altri no. Penso che ci vorrebbe molta audacia, o temerarietà, per pretendere di dire, paese per paese, ciò che accadrà. 

Quale sarà l’impatto di questa rivolta sull’Unione Europea?

Questi avvenimenti prendono in contropiede tutti i discorsi sul conflitto di civiltà. Ci sono importanti comunità musulmane in tutti i paesi europei, e ciò che stava per accadere - prima di questa rivoluzione - era l’utilizzo dei musulmani come capri espiatori per coprire le difficoltà economiche dell’Europa nella globalizzazione. Per giustificare questi discorsi islamofobi, si usava l’idea che i paesi arabi o musulmani erano incapaci di modernizzarsi. Ciò che sta accadendo è dunque terribile per tutti i gruppi europei di estrema destra. Inoltre questi avvenimenti riaprono la questione dell’universalità della democrazia. Quale sarà l’effetto sulla Cina, un paese che si è modernizzato sotto una dittatura comunista. C’era un certo numero di paesi dove si diceva che l’aspirazione democratica non era possibile. Ora tutto diviene possibile, bisogna osservare caso per caso. In generale, le conseguenze geopolitiche di questa rivolta. sono molto vaste. Se in Egitto vedremo emergere un regime democratico stabile, o una forma intermedia più liberale, non penso assolutamente che questo potrebbe portare a una guerra contro Israele. Ma l’esistenza della striscia di Gaza non sarà più possibile, perché le frontiere dell’Egitto non saranno più chiuse. In generale tutto sarà perturbato, perché una buona parte del gioco geopolitico in Medio Oriente è fondato sull’idea che il mondo arabo era incapace di democratizzarsi.

 

Cambierà il ruolo geopolitico della Turchia?

 

Il rapporto tra Turchia e mondo arabo è molto complicato. I turchi sono musulmani, ma l’impero ottomano ha dominato il mondo arabo e la Turchia è un paese dove la democrazia è arrivata a una maturità grazie all’islamismo moderato, che con grande consapevolezza sì è paragonato ai democrazia cristiana tedesca. La Turchia ha un modello economico che attualmente funziona bene e può divenire un punto di riferimento, in particolare per l’Egitto, perché è un paese musulmano con un tasso di endogamia molto basso: 15%. L’Iran, in un modo differente, è pure molto importante. Non l’abbiamo detto, ma la prima rivoluzione del mondo musulmano è stata quella islamica khomeinista del 1979. Allora in Iran il tasso di alfabetizzazione dei giovani adulti aveva superato il 50% e c’è stato un ciclo rivoluzionario che ricordava molto la rivoluzione francese o quella russa, dove la fecondità si è abbassata dopo la rivoluzione: nel 2005 era di 2 figli per donna, come in Tunisia. C’era un tasso di endogamia che era solo del 25% e lo sciismo è stato un acceleratore della rivoluzione. Ora tutto il mondo parla del fatto che le rivoluzioni del mondo arabo potranno avere un impatto sul regime autoritario iraniano. Non è sbagliato, l’aspirazione liberale è un fenomeno molto generale, che può oltrepassare le frontiere, ma bisogna anche ricordare che l’Iran è un paese molto avanti rispetto al mondo arabo, ha fatto una vera rivoluzione nel 1979 ed è nella fase del “contraccolpo” e delle imperfezioni dell’emergenza democratica, una fase che può corrispondere a quel che abbiamo visto all’inizio del diciannovesimo secolo in Francia. La situazione è un po’ complicata dalle minacce americane che irrigidiscono il regime, ma nella sequenza delle rivoluzioni del mondo musulmano, il primo paese rivoluzionario, ben prima della Tunisia o dell’Egitto, è stato l’Iran.  

E voi che cosa ne pensate? Gli indicatori demografici sono sufficienti a spiegare quel che sta avvenendo nel mondo arabo e musulmano? Inviatemi il vostro commento!

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26 febbraio 2011 - 23:15

Pouvait-on prévoir les révolutions du monde musulman?

Emmanuel_Todd (copyright Xavier Malafosse) La révolte, qui est partie de Tunisie et enflamme le monde musulman, n’était pas prévisible entend-on répéter obstinément ces dernières semaines. Ce n’est pas vrai. Ce qui s’est produit pouvait se comprendre de l’essai « Le rendez-vous des civilisations » que l’historien et démographe français Emmanuel Todd a écrit en 2007 avec Youssef Courbage. Todd avait déjà prévu l’implosion de l’URSS en 1976, en notant que la mortalité infantile y avait recommencé à croître depuis la fin des années 60, et la crise financière actuelle en 2002, en observant que les services financiers, les services d’assurance et l’immobilier augmentaient deux fois plus vite que l’industrie. Dans « Le rendez-vous des civilisations » Todd affirmait, contrairement à l’opinion dominante, que le monde musulman se trouvait engagé dans un processus de modernisation profond et radical qui allait révolutionner les structures familiales, les rapports d’autorité et les références idéologiques. On ne se dirigeait pas vers un choc des civilisations mais vers leur rencontre.

Nous l’avons joint au téléphone, enthousiasmé par le moment historique qui prend forme.

Dans votre ouvrage « Le rendez vous des civilisations » publié en 2007, et contrairement à l’opinion généralement répandue, vous aviez conclu que le monde musulman était engagé sur la voie de la modernité. Pouvez-vous expliquer quels étaient les indicateurs qui vous permettaient d’arriver à cette conclusion

Ce sont les indicateurs classiques de l’analyse culturelle. Le premier indicateur est celui du taux d’alphabétisation avec une attention particulière pour les 20-24 ans, les jeunes adultes. Le deuxième indicateur, c’est l’évolution de la fécondité qui indique si les gens sont en train de contrôler leur destin. Dans les pays arabes les taux d’alphabétisation augmentaient à très grande vitesse, et si l’on regardait la catégorie des jeunes adultes, l’alphabétisation était presque universelle un peu partout à l’exception de quelques pays. De la même manière, les indicateurs de fécondité avaient tous commencé à baisser dans des proportions très importantes bien qu’avec une certaine diversité régionale. Ce qui est intéressant par rapport aux évènements actuels, c’est que si l’on considère le seul monde arabe, le pays où l’indicateur de fécondité était le plus bas en 2007 -à 2 enfants par femme- était la Tunisie…

L’analyse que nous avons réalisée est très simple, elle n’apparaît originale que parce qu’actuellement les gens sont obsédés par les critères économiques. Ils pensent que ce qui est important pour la détermination du destin d’une société ce sont les indicateurs tels que le PIB ou les échanges commerciaux, alors que les indicateurs dont je parle permettent de saisir l’état des mentalités dans une population donnée.

Pourquoi d’après vous ce mouvement inédit de révolte sociale et politique prend-il forme maintenant, et pourquoi dans ces pays là ?

Quand nous étions en train de travailler avec mon ami Courbage sur les indices de fécondité et les taux d’alphabétisation du monde arabe, il était visible que la modernité était présente. Les indices de fécondité étaient déjà tellement bas et les taux d’alphabétisation tellement élevés que l’absence de modernité politique, d’aspirations à la démocratie, nous semblait un peu curieux, particulièrement dans le cas de la Tunisie qui était tellement avancée. Il nous semblait bizarre que le régime de Ben Ali tienne comme cela.

Nous avions alors expliqué ce blocage temporaire avec quelque chose de très spécifique, la structure de la famille arabe. En Europe on ne se marie pas entre cousins, c’est absolument interdit, et même lorsque c’est autorisé cela ne se pratique pas. A l’inverse, dans le monde arabe il y a une préférence pour le mariage entre cousins. Dans le monde arabe central, c’est à dire en Arabie Saoudite, en Syrie ou en Jordanie par exemple, 35% des mariages se font avec une cousine germaine, une cousine au premier degré. C’est ce que l’on appelle l’endogamie, le mariage au sein du groupe familial. L’idée à laquelle nous étions arrivés avec Courbage était que l’endogamie représentait un frein à la modernisation politique. En effet, le groupe familial se referme sur lui-même, l’individu y est comme encastré, prisonnier de ce groupe familial qui empêche l’émergence de l’individu politique actif et libre. Par contre nous n’avions pas suffisamment bien mesuré, notamment dans le cas de la Tunisie, que si l’on regardait ces statistiques en fonction des groupes d’âge, le niveau d’endogamie avait déjà commencé à baisser à grande vitesse en Tunisie. La révolution se déroule maintenant car il y a cette évolution supplémentaire.

Copyright Lara Ricci Dans le cas de l’Egypte, cela va être un peu différent. Pour ce pays, le taux d’alphabétisation est un peu moins élevé qu’en Tunisie, le taux de fécondité un peu plus élevé -il me semble qu’il est en Egypte de 3 enfants par femme- mais le taux d’endogamie, déjà plus faible au départ, s’est complètement effondré ces vingt dernières années. L’Egypte est ainsi passée de 25% à environ 15% de mariages entre cousins.

Pour résumer on peut distinguer des facteurs précis et des spécificités qui permettent d’expliquer pourquoi certains pays ont été les pays de démarrage de ces révolutions arabes : la Tunisie était le pays le plus avancé sur le plan démographique (2 enfants par femme en 2005), l’Egypte était le plus peuplé des pays arabes avec plus de 80 millions d’habitants mais ce n’est pas un pays du cœur du monde arabe et son endogamie était au départ faible.

Cependant, tout se complique, car il existe aussi des phénomènes de contagion. Il faudrait alors entrer dans le détail de la situation de chaque pays pour voir ce qui pourrait s’y produire. Par exemple, si j’utilise mes indicateurs, je ne dirais pas que les évènements au Yémen ont la même signification car, si la fécondité y a effectivement baissé dans des proportions importantes, les statistiques de l’ONU de la période la plus récente montrent que pour la période 2005-2010, le taux de fécondité du Yémen est encore à 5,5 enfants par femme, le plus en retard des pays arabes.

Quels sont d’après vous les autres pays susceptibles de connaître les mêmes révoltes ?

Il faudra regarder avec une extrême attention ce qui va se passer en Algérie et au Maroc où, dans les deux cas, la fécondité est à 2,4 enfants par femme. Par ailleurs, ce sont, comme la Tunisie, des pays partiellement francophones où les effets de diffusion des valeurs libérales françaises sont aussi importants.

Dans le cas de la Syrie, il ne se passe pas grand-chose pour le moment. Ce pays a pourtant le taux d’alphabétisation sans doute le plus élevé du monde arabe, mais cela ne suffit pas apparemment car la fécondité y est encore à 3,3 enfants par femme et surtout le niveau d’endogamie reste assez élevé.

Les évènements de Libye sont encore un cas spécifique, difficile à analyser car les données ne sont pas très bonnes. Ainsi je ne dispose pas de renseignements sur le taux d’endogamie de ce pays et par ailleurs il y existe une certaine hétérogénéité des populations. Par contre, on sait que la Libye connaît une transition démographique d’une rapidité stupéfiante : dans la période 1980-1985, le nombre d’enfants par femme était de 7, mais en 2005-2010, il était déjà tombé à 2,7, un taux assez proche du Maghreb partiellement francophone.

Mais, le cas de la Libye me surprend car c’est un pays où l’appareil d’Etat disposait de rentes pétrolières très importantes qui permettaient l’existence d’un appareil répressif échappant au contrôle de la population, et pourtant le régime libyen est en cours d’effondrement. C’est très important sur le plan géopolitique car la Libye est un producteurs de pétrole, mais surtout parce que cela indique que l’on peut tout à fait concevoir la même chose en Arabie Saoudite. Dans ce pays, la tendance concernant le taux de fécondité est assez similaire à ce qui s’est passé en Libye. Dans la période 1980-1985, le taux de l’Arabie saoudite était de 7 enfants par femme alors que pour la période 2005-2010, on était déjà tombé à 3,2 enfants par femme. Ce n’est certes pas tout à fait la même situation que la Libye, dans un cas nous avons une monarchie attachée à des valeurs religieuses très conservatrices, alors que dans l’autre cas nous avons un régime qui se voulait révolutionnaire, mais ce sont tout de même des modèles pétroliers très proches et je pense que les dirigeants saoudiens doivent être absolument terrorisés à l’heure actuelle, tout comme les dirigeants américains d’ailleurs.

Ce qui se passe dans le monde arabe commence à me rappeler les évènements de 1848 en Europe, ce qu’on a appelé le « Printemps des peuples », avec une révolution ayant commencé à Paris et qui s’était étendue à la Prusse, l’Autriche, ou l’Italie. Dans certains pays, cette révolution avait plus ou moins réussi alors que dans d’autres elle avait complètement échoué.

On vit, je pense, un grand moment historique, tout à fait stupéfiant. En ce moment il y a tellement de choses importantes que je suis submergé par ces évènements nouveaux tous intéressants où toutes les analyses doivent être faites en même temps !. Dans ce cas présent, je m’enthousiasme au fur et a mesure ! 

Peut-on prévoir la suite des évènements ? Doit-on s’attendre à une poussée conservatrice ou à une évolution démocratique ?

Prévoir, moi je ne le peux pas ! Les comparaisons se font avec l’histoire antérieure des autres pays du monde car ce processus de modernisation a lieu partout mais à des dates différentes. En ce moment, cela se produit dans le monde arabe, dans le futur ce sera l’ensemble de l’Afrique, et dans le passé c’était le reste du monde.

Regardons la séquence alphabétisation/révolution dans l’histoire et prenons le cas de la France qui a été un pays pionnier dans ce processus. Le taux d’alphabétisation des paysans du bassin parisien avait dépassé les 50% dans le courant de la deuxième moitié du XVIIIe siècle. Nous avons eu la Révolution française, puis le taux de fécondité a commencé à baisser. Nous avons eu ensuite le rétablissement de la monarchie, d’autres révolutions, le régime autoritaire du Second Empire, et enfin la IIIe République, la vraie héritière de la Révolution, qui ne s’est stabilisée finalement qu’un siècle après la Révolution de 1789.

Ce qui rend les choses encore plus compliquées dans le cas du monde arabe, c’est qu’il y a une accélération dans le temps, une espèce de compression de toutes les évolutions culturelles. Le monde arabe s’est alphabétisé avec beaucoup de retard sur l’Europe mais le processus d’alphabétisation s’est fait en quelques dizaines d’années seulement, et depuis la fin de la deuxième Guerre Mondiale à une vitesse très supérieure à ce qu‘on a connu en Europe. La baisse de la fécondité a ensuite suivi très vite.

Pour moi il y a encore beaucoup d’inconnues et il est impossible de dire si vont émerger tout de suite des démocraties qui fonctionnent correctement, ou si l’on aura le retour de régimes autoritaires temporaires, si l’on aura une composante temporaire religieuse islamique ou pas. Mais par contre, ce que l’on peut affirmer c’est que quelle que soit la forme du régime politique à venir, et même si l’on voit réapparaître des régimes autoritaires dans des pays en révolution actuellement, la nature de la vie sociale restera transformée, l’émergence d’un tempérament individualiste plus libéral dans ces sociétés est un acquis définitif pour lequel on ne peut pas concevoir de retour en arrière. Il faudrait cependant avoir beaucoup d’audace ou de témérité pour prétendre dire pays par pays ce qui va se passer.

 Quel peut être l’impact de ces révolutions sur l’Union Européenne ?

 Je suis content que vous parliez de l’impact des révolutions sur l’UE car l’on se pose toujours habituellement la question de ce que « peut faire l’Europe » et dans le cas présent l’Europe est en fait complètement hors du jeu.

Je pense que l’impact va se faire sentir pour tout le monde. Premièrement, ces évènements prennent complètement à contre pied tous les discours sur le « conflit des civilisations ». Il y a d’importantes communautés musulmanes ou d‘origine musulmane dans quasiment tous les pays d’Europe, et l’on assistait à la veille de ces révolutions au développement d’un discours désignant les musulmans comme boucs émissaires en raison des difficultés de l’Europe dans la globalisation, car l’Europe est un continent qui vieillit, qui ne s’adapte pas bien à la globalisation à l’heure actuelle, et pour justifier ce discours islamophobe on développait l’idée que les pays arabes ou le monde musulman étaient incapables de se moderniser. D’une certaine façon ce qui vient de se passer est affreux pour toutes les extrêmes droites ou droites radicales européennes, leur discours antimusulman et xénophobe est pris à contre pied.

Une autre chose qui vient immédiatement à l’esprit c’est le débat sur la question de l’universalité de la démocratie : quel va être l’effet de ces révolutions sur la Chine, le pays qui se modernisait sous une dictature communiste? Car il y a un certain nombre de régions du monde où l’on estimait que l’aspiration démocratique n’était pas possible, mais maintenant tout devient possible, il faut tout regarder cas par cas.

Les conséquences géopolitiques sont également très grandes. Si l’on voit finalement émerger en Egypte un régime démocratique stable ou une forme intermédiaire plus libérale, je ne pense pas du tout que cela puisse mener à la guerre contre Israël, je n’y crois pas du tout. Par contre, l’existence de la bande de Gaza, de la plus grande prison à ciel ouvert de la planète, n’est plus possible. On a toujours pensé que la bande de Gaza était une enclave dans l’espace israélien mais en vérité ce qui permettait l’existence de cette prison c’était la fermeture de la frontière égyptienne du fait de l’existence du régime Moubarak patronné par les Etats-Unis.

De façon générale, tout va être perturbé car une bonne partie du jeu géopolitique au Moyen Orient était fondé sur l’idée que le monde arabe était incapable de démocratie. Il y a tellement de choses à envisager que je suis moi-même un peu débordé !

  En parlant d’impact géopolitique, ces crises vont-elles modifier la place et le rôle de la Turquie par exemple ?

La Turquie a des rapports très compliqués avec le monde arabe. Les Turcs sont musulmans mais l’Empire ottoman a dominé l’ensemble du monde arabe. Le régime hérité d’Atatürk était un régime modernisateur autoritaire avec une colonne vertébrale militaire, une laïcité très agressive, c’était en quelque sorte une démocratie sous surveillance militaire. L’arrivée à maturité de la démocratie en Turquie s’est vraiment faite avec l’arrivée des islamistes modérés qui d’ailleurs, très consciemment, se comparaient à la Démocratie Chrétienne allemande. La Turquie a de plus un modèle économique qui fonctionne très bien actuellement, elle peut donc devenir un point de repère, en particulier pour l’Egypte avec qui elle partage un niveau d’endogamie très faible, aux alentours de 15%.

Mais l’Iran est aussi un cas très important. La première des révolutions du monde musulman au Moyen Orient, il faut le répéter, c’était la révolution islamique khomeiniste. En 1979 le taux d’alphabétisation des jeunes adultes en Iran a dépassé le taux de 50% . Le cycle révolutionnaire en Iran rappelait beaucoup la Révolution française ou la Révolution russe où la fécondité des femmes avait baissé après la première étape des révolutions. En Iran, le niveau d’endogamie n’était que de 25% et il faut rajouter que le chiisme en tant que système religieux est un accélérateur de révolution. Si l’on se place dans une perspective révolutionnaire, on pourrait établir des parallélismes entre le couple protestantisme/catholicisme, et le couple chiisme /tradition sunnite. Non pas que le chiisme soit une religion de gauche ! Mais le chiisme pense que le monde est injuste, que l’interprétation des textes religieux est importante et le chiisme est un accélérateur de révolution. C’est pour cela qu’après la fin de la Révolution, la fécondité en Iran a baissé extrêmement vite. Elle était en 2005, comme en Tunisie, de 2 enfants par femme, elle doit être maintenant de 1,8.

Je sais qu’actuellement tous le monde estime que les révolutions du monde arabe pourraient avoir un impact sur le régime autoritaire iranien. Ca n’est pas faux car bien entendu l’aspiration libérale est très généralement partagée et n’importe quelle aspiration libérale peut déborder les frontières. Mais il faut bien voir que l’Iran est très en avance sur le monde arabe, ce pays a fait une vraie révolution en 1979. Il est actuellement dans la phase des à-coups, des imperfections de l’émergence démocratique qui pourrait correspondre à ce qu’on avait observé au début du XIXe siècle en France par exemple. La situation est un peu compliquée par les menaces américaines qui crispent le régime iranien. Le vent de révolte du monde arabe peut donc avoir des interactions avec l’Iran mais il faut bien se rendre compte que dans la séquence des révolutions du monde musulman, le premier pays révolutionnaire bien avant la Tunisie ou l’Egypte cela a été l’Iran.

 Cet entretien a été réalisé avec la collaboration d'Antoine Barbry

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9 gennaio 2011 - 8:01

È giusto trattare i cani come figli?

«Io posseggo, e sono posseduto, da quattro cani morti e meravigliosi, forse non più belli degli altri cani defunti nell’eternità del passato, che onorarono questa valle di lacrime, comunque molto meravigliosi» recita un testo inciso da Dino Buzzati per la Rai il 10 marzo 1959, e riportato in Il cane secondo me, di Danilo Mainardi. L’etologo-scrittore ha dedicato un intero saggio ai domestici quadrupedi, un capitolo al loro rapporto coi gatti, e un’appendice ai suggerimenti su come allevarli ed educarli (scritto dalla figlia Luisa).Terranova
In copertina il grande naso umido di Orso, un golden che accompagna Mainardi per le calli di Venezia, dove i negozianti apostrofano lui e la moglie come «il signore e la signora Orso»: ignorano il nome della coppia, ma ricordano quello del loro simpatico famigliare. Sì, c’è scritto famigliare perché Mainardi sostiene che il cane fa parte a tutti gli effetti della famiglia umana e propone di includere quelli di casa nello stato di famiglia: dichiararli all’anagrafe. Si responsabilizzerebbero i padroni e si tratterebbe, secondo l’etologo, di sancire semplicemente una realtà di fatto. Esattamente come quando si riconoscono effettivi – ma non in Italia – i matrimoni di fatto, ovvero quelle unioni dove una donna e un uomo, o due donne o due uomini, vivono insieme in comunione di tante cose: «Dall’affetto all’affitto», scrive con una battuta.
Mainardi cerca di sfatare antichi pregiudizi. Vuole soprattutto mostrare fino a che punto questi intelligenti animali siano capaci di provare sentimenti e di quanto abbiano bisogno di essere trattati bene, dipendendo fisicamente e affettivamente dai loro padroni, senza i quali sono infelici. Disapprova invece tutte le forme di umanizzazione. In altre parole, non ci sarebbe niente di male a considerare il cane come un figlio – anzi –, ma bisogna rispettare la sua natura di cane. Sbaglia chi è iperprotettivo, chi non lo lascia libero di fare le proprie esperienze, confrontandosi con altri cani e esplorando il territorio dove vive, o addirittura sostituisce la dovuta passeggiata con tapis roulant per quadrupedi o ancora lo spruzza di nauseante, confondente profumo. «Poveri loro, che in quest’ottica perversa, "hanno tutto"» commenta ironico.
Basenij I cuccioli dovrebbero essere lasciati con madre e fratelli fino ai due mesi e mezzo d’età, avverte l’etologo che con la consueta delicatezza ci spiega come interpretarne le emozioni e i pensieri, lamentando come spesso siano considerati oggetti non meritevoli d’un rispetto adeguato alla loro intelligenza e sensibilità. Cani sani e ben educati, secondo Mainardi, dovrebbero poter entrare dappertutto. Fa l’esempio positivo dei randagi di Ischia, accolti e graditi da tutti, seguiti dall’Asl locale. Nutriti e coccolati, hanno acquisito un comportamento estremamente civile e dignitoso. Perché i cani – spiega – sono dei veri specialisti della vita pacifica di gruppo, come del resto i loro progenitori lupi. I problemi nascono quando i cagnolini vengono cresciuti incitandoli alla violenza e al combattimento, quando si esagera con il guinzaglio impedendogli di fare conoscenze e sviluppare una corretta socialità, o quando un randagio nasce fuori dalla presenza umana e quindi non subisce l’imprinting sulla nostra specie.
Xoloitzcuintle Conoscere i cani significa anche capire qualcosa di più su di noi e sul mondo. Ben più di quanto ci si possa aspettare. Mainardi si interroga sul senso di colpa canino, spiega come si può "leggerne" la coda (se vira leggermente a destra il cane si sta avvicinando bonariamente a qualcosa o a qualcuno, se vira a sinistra indica la presenza di una componente di paura), ne analizza il lessico familiare fatto anche di gesti, sguardi ed espressioni del viso. Sottolinea come non sia vero che gli animali non umani vivono solo nel presente. Spiega che i cani, come gli uomini o le chioccioline, sono capaci di "spegnere" gli istinti. I figli del lupo si sanno inibire, sanno ragionare, trovare soluzioni ai problemi, amare il loro padrone di un amore che non conosce divorzio. «A me i cani – spiega – piace scoprirli come persone piene di sfaccettature. Persone non umane ma ugualmente complesse e interessanti». Può nascere così un’amicizia allo stato brado, da lupo a lupo. Come quando, nell’Anello di re Salomone, Konrad Lorenz e la sua Susi fuggono assieme, liberi, lungo il fiume dalle rive selvagge, nuotano felici l’uno accanto all’altra. Lui impigrisce al sole, lei caccia topi.


E voi cosa ne pensate? 

È giusto trattare i cani come figli, o almeno come familiari ?

O invece, è giusto amare i cani come figli, trattandoli come cani?

Li inserireste nello stato di famiglia?

Scrivete quel che pensate cliccando su "commenti"

P.S. Le immagini rappresentano, nell'ordine

Il terranova, forte senza ferocia. Il terranova è un cane d’acqua. Da tempo immemorabile, in Canada, è usato come cane da salvataggio in caso di naufragio. Sa apprendere a portare in acqua un salvagente, trascinare una fune fino a riva e accompagnarvi chi è in difficoltà o è svenuto. Del suo terranova Byron scrisse: «Fu bello senza vanità/ forte senza ferocia. / Possedeva tutte le virtù / dell’uomo senza i suoi vizi».

Il Basenji, figlio dei cani degli antichi egizi. Il basenji è il primitivo cane centrafricano, compagno di caccia dei pigmei. Ha vissuto isolato nel cuore della foresta per millenni, dove fu portato dagli egizi. Rispetto ai cani disegnati nei geroglifici è diventato solo un po’ più tozzo. Testimone dell’antichità delle sue origini, e dell’isolamento, è il fatto che a differenza degli altri cani non abbaia, semmai mugola, uggiola, ulula e guaisce, e va in estro solo una volta l’anno.

Il cane nudo del Messico. Lo xoloitzcuintle è il cane nudo del Messico, dove rappresenta un dio venerato e temuto. Per antica tradizione sono tenuti a dormire dentro il letto e le donne, insieme oppure in vece di un bambino morto, li allattavano al seno. Non è l’unico caso di cane nudo: sono stati selezionati parallelamente in altre parti del mondo il levrieretto d’Africa, il cane nudo delle Antille, del Guatemala, dell’Indocina.

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29 dicembre 2010 - 8:32

Perché tutti fanno sesso (piante comprese)?

La lodoicea maldivica (o seychellarum) produce il seme più grande del mondo fino a  40 cm per 10 kg «La vita organica, nata sotto le onde senza riva,/ fu svezzata in oceaniche grotte di perla;/ in principio minuscole forme, non viste da lenti,/ si muovono sul fango o perforano la massa acquea;/ di generazione in generazione fiorendo,/ assumono poi nuovi poteri e arti più grandi;/ da esse sorgono innumerevoli gruppi di vegetali,/ e regni dotati di respiro e di pinne, di piedi e di ali» intuiva, nel suo Il tempio della Natura (1803) il fantasioso nonno di Charles Darwin, Erasmus. C'è una ricetta marina, infatti, nel Dna di animali e vegetali: «Anche se l'evoluzione tirò la pianta fuori dal mare, non riuscì a tirare fuori il mare dalla pianta» riassume l'ecologo Jonathan Silvertown, autore della Vita segreta dei semi (Bollati Boringhieri, Torino pagg. 244, € 19,00).

Ginko biloba Un buon esempio è la riproduzione: usa vecchi strumenti evolutesi per la vita "liquida" e riadattatesi all'uopo. Sulla terra, come fanno gli spermatozoi vegetali a spostarsi, e le uova a non essiccare? Le cellule uovo fecondate sono trattenute nel tessuto materno, e poi la selezione naturale ha fatto scintille. Le più prosaiche felci hanno spore aeree, ma stanno in zone umide, cosicché i loro spermatozoi navigano in una sottile pellicola di umidità. In specie più fantasiose l'oceano è ricreato nel talamo. Come nel primordiale Ginkgo biloba: l'arrivo del polline "risveglia" l'ovulo che matura e produce dentro di sé «una gocciolina di mare». Pronto all'azione, il polline rilascia due massicce cellule spermatiche con centinaia di pelucchi mobili, disposti a spirale, che le sospingono come una torpedine. Si parla di Amori delle piante (per citare un altro testo di Erasmus Darwin) in questo libro appassionante. Perché, come cantava Cole Porter, «persino i fagioli lo fanno». Non solo: le piante lo fanno nei modi più strani. E con l'abilità di Silvertown possono mostrarci, in modo inedito e illuminante, l'evoluzione in azione.

Il cipresso del sahara (Cupressus dupreziana) Inoltrandoci nella complessa sessualità dei vegetali, scopriamo le conifere ermafrodite e in particolare un cipresso egoista che rispecchia le idee dell'Apollo delle Eumenidi di Eschilo quando, difendendo Oreste accusato di matricidio, afferma che «non è la madre genitrice di quello che è chiamato figlio: ella è la nutrice del germe in lei seminato». È vero per il cipresso del Sahara (Cupressus dupreziana): i geni del figlio non sono quelli dei due genitori, ma solo quelli paterni, primo caso di maternità surrogata nel regno botanico e unico caso noto di androgenesi, ovvero nascita da un maschio . Non una strategia geniale, per questa pianta maschiaccio, di cui infatti restano solo 230 esemplari (certo è che, dopo questa lettura, guarderete l'albero di Natale con occhi nuovi).

C'è maggior varietà sessuale nelle modalità in cui le piante producono i semi di quanta se ne possa trovare nelle posizioni del Kamasutra, spiega Silvertown. Ma perché?

La ragione d'essere del sesso è lo scambio dei geni tra gli individui. La grande svolta evolutiva che comportò lo scambio di Dna tra due individui avvenne prestissimo nella storia della vita, ancora prima della diversificazione tra i ruoli di maschio e femmina. Ma perché il sesso si è rivelato un mezzo di riproduzione così efficace? Per quale motivo resiste dall'alba della vita? Diversamente da quanto si è portati a pensare, la risposta a questa domanda non è così ovvia.Fiori maschilisti (Cupressus dupreziana)

Il sesso, almeno agli occhi dell'osservatore spassionato (è il caso di dirlo), appare un mezzo tutt'altro che funzionale per trasmettere i geni alle generazioni future. Che senso ha condividere la mia prole con un partner, diluire per metà il mio lascito genetico, quando l'alternativa - la riproduzione asessuata, mi garantirebbe tanti perfetti "Mini Me", si domanda Silvertown. La riproduzione sessuata è stata paragonata a una roulette in cui i giocatori ad ogni giro buttano via metà delle loro fiches.

Oltre alle piante, pressoché tutti gli animali si riproducono sessualmente. Ma le piante sono particolarmente interessanti perché ,a differenza della maggior parte degli animali, possiedono quasi tutte entrambi i mezzi riproduttivi: asessuati e sessuati. Se le piante di fragola sono tanto brave a diffondersi tramite gli stoloni, perché si prendono la briga di produrre anche semi e frutti?

La pianta più grande del mondo, la sequoia gigante (sequoiadendron giganteum) Sono state avanzate decine di teorie per spiegare come il sesso riesca a superare il proprio handicap apparente nella roulette della vita, ma la maggior parte di queste non ha un carattere sufficientemente generale da rendere ragione dell'universalità del sesso. Sebbene non vi sia ancora un consenso unanime, le osservazioni sperimentali sembrano converegere verso due teorie in particolare.

Una è il corrispettivo della prima teoria sull'argomento, esposta da Thomas Hunt Morgan (Nobel per la medicina nel 1933) nel 1913. Allora la parola gene non era di uso corrente, ma Silvertown la spiega con parole moderne: Morgan ipotizzò che il vantaggio della riproduzione sessuata rispetto a quella asessuata dipendesse dal fatto che gli individui nati attraverso il sesso possono ereditare e accumulare benefici da un ampio bacino di progenitori, mentre gli individui frutto di riproduzione asessuata dispongono soltanto del patrimonio genetico ereditato dalla madre. Copie di mutazioni genetiche benefiche vengono moltiplicate tramite la selezione naturale e, nel corso delle generazioni, si accumulano. Attraverso la riproduzione sessuata possono combinarsi con altre mutazioni benefiche e concentrarsi sempre più nei discendenti. Una prole prodotta per via sessuata ha due genitori, quattro nonni, otto bisnonni e così via: questa rete sempre più ampia di antenati è una sorta di imbuto incredibilmente profondo che favorisce la trasmissione alla generazione più recente dei miglioramenti genetici che via via sono sorti. Una cornucopia di geni benefici che è resa possibile dal sesso. Gli individui originati per via asessuata non possono infatti beneficiare del patrimonio di mutazioni benefiche accumulato, perché sono geneticametne isolati da tutti i lignaggi tranne il loro.

Girasole La seconda teoria che pare promettere una soluzione universale al problema del sesso è complementare alla prima. Delineata nel 1964 da Hermann Joseph Muller, prende in considerazione l'isolamento genetico di chi si riproduce sempre per via asessuata, un isolamento che implica anche che nel patrimonio genetico di ogni lignaggio si possono accumulare mutazioni deleterie. E se in una popolazione ottenuta sessualmente la selezione può eliminare gli individui che presentano un carico troppo ingombrante di mutazioni, senza elimiare la discendenza, che viene  portata avanti dagli individui non deterioriati, questo non può avvenire per chi si riproduce per via asessuata. E poiché la mortalità non è sempre legata alla selezione naturale, ma anche da eventi fortuiti, anche le linee clonali che presentano poche mutazioni deleterie moriranno. Il carico di mutazioni può proseguire soltanto in un senso: ovvero aumentare.

E voi cosa ne pensate? Condividete le vostre opinioni e le vostre osservazioni inviando un commento.

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16 dicembre 2010 - 22:40

Qual è la scoperta del decennio?

Ogni macchina che l’uomo ha costruito fino al 2010 si è mossa secondo le leggi della meccanica classica. Ma nel marzo scorso ha preso il via la prima macchina quantica: un  oscillatore i cui spostamenti potevano essere descritti solo dalla meccanica quantistica, ovvero quel gruppo di leggi che descrivono il comportamento di oggetti minuscoli come le molecole, gli atomi, e le particelle subatomiche.Copertina

«Una ricerca pioneristica, una tecnica ingegnosa e con molte potenziali applicazioni» scrive la rivista specialistica «Science», che l’ha eletta scoperta scientifica dell’anno.
La superminimacchina, visibile a occhio nudo, è opera di Andrew Cleland e John Martinis, fisici dell’Università della California a Santa Barbara. Dopo averla raffreddata fino al più basso livello di energia possibile, hanno alzato la sua energia di un singolo quanto, producendo uno stato di moto puramente quanto-meccanico. Sono anche riusciti a mettere il dispositivo in entrambi gli stati contemporaneamente, facendolo cioè vibrare poco e molto allo stesso tempo. Un bizzarro fenomeno previsto dalle strane leggi della meccanica quantistica.

Tra le altre scoperte più importanti dell’anno che sta per chiudersi vi è quella di Craig Venter, che ha creato un genoma sintetico, progettato a tavolino, e l’ha inserito in un batterio. Questo ha dunque cambiato i suoi connotati, iniziando a produrre nuove proteine e trasformandosi dunque in una nuova forma di vita, artificiale.

Craig venter Si è guadagnato una nomination anche il senquenziamento del genoma dei Neadertal, che ha pure prodotto un gossip preistorico, ovvero ha stabilito che si accoppiarono con successo coi nostri antenati Sapiens, tanto che una piccola parte del nostro genoma viene da loro. Selezionati anche un gel vaginale e una profilassi orale che si stanno dimostrando utili a ridurre la possibilità di contrarre l’Hiv e la decisione di andare a caccia di geni che producono malattie ereditarie rare sequenziando solo la minuscola proporzione del genoma che dà le istruzioni per costruire le proteine. Un’idea che ha già portato alla scoperta delle mutazioni genetiche alla base di almeno una dozzina di patologie.


La tradizionale classifica di «Science», è quest’anno affiancata anche dalla selezione delle 10 innovazioni del passato decennio. Ecco le scoperte che hanno trasformato il panorama della ricerca del 21 secolo :

Il genoma oscuro
Altro che Dna spazzatura

Sembrava semplice: il Dna che diceva al corpo come costruire le proteine, con le istruzioni scritte in «capitoli» chiamati geni. E invece no: i geni si sono presi tutta la gloria ma non fanno tutto loro. Solo l’1,5% del genoma serve a produrre proteine, il resto, compreso l’Rna non codificante, è tutt’altro che Dna «spazzatura». Serve, per esempio, per regolare il lavoro dei geni ed è altrettanto importante.
 
Biomolecole antiche
Ricostruire la vita passata
 Bip bip
Non più solo sassi e ossa: la paleontologia ora ha a disposizione le "istruzioni" con cui la vita passata veniva costruita. Infatti il Dna e il collagene si conservano per decine di migliaia di anni (si deteriorano ma possono ricostituiti) e, come macchine del tempo, permettono di capire di che colore era il piumaggio dei dinosauri, di scoprire che i mammut avevano una sostanza antigelo nel sangue, o anche possono testimoniare che i Neandertal s’accoppiarono coi nostri antenati, e dirci qualcosa di più sul loro cervello.
 
Trovata l’acqua su Marte
Ora si cerca la vita
 
Mezza dozzina di missioni spaziali svolte nel passato decennio  ha mostrato che su Marte un tempo c’era abbastanza acqua per forgiare la roccia e, forse, ospitare la vita. I mari che coprivano il Pianeta rosso probabilmente esistevano al tempo in cui la vita iniziava a comparire sulla Terra. E oggi c’è ancora abbastanza umidità da incoraggiare i ricercatori ad andare in cerca di organismi viventi.
 
Cosmologia di precisione
Il lato oscuro dell’universo
 
Nel decennio passato si è arrivati a dedurre una ricetta precisa e quantitativa di ciò che è contenuto nell’universo e si è scoperto, che oltre alla materia «ordinaria» vi è altra materia, la cui gravità lega le galassie, ed energia che condiziona e accelera l’espansione dell’universo. Energia e materia «oscura», se ne vedono infatti gli effetti indiretti, ma non si riescono a individuare. I ricercatori hanno anche decifrato le leggi che tengono assieme tutti gli elementi che compongono il cosmo. Progressi che hanno trasformato la cosmologia in una scienza di precisione, con una teoria standard che lascia poco spazio ad altre ipotesi.
 
Scoperti 502 esopianeti
Altre «Terre» nell’Universo
 
Esopianeta Nel 2000 si conoscevano solo 26 altri pianeti fuori dal Sistema solare. Oggi se ne contano 502 e se ne scoprono continuamente di nuovi. Grazie a tecnologie sempre più potenti gli astronomi si aspettano di trovare molti pianeti simili alla Terra. Lo studio degli esopianeti ha poi permesso di capire meglio come si evolvono i sistemi planetari.
 
 
 
Riscrivere la vita
Cellule programmate su misura
 
Shinya Yamanaka Nel 2006 Shinya Yamanaka è riuscito a «convincere» cellule adulte a trasformarsi in cellule pluripotenti, capaci dunque di riguadagnare il loro potenziale di trasformarsi in ogni tipo di cellula del corpo. Da allora sono state create linee di queste cellule prelevate da pazienti con malattie rare, per ora allo scopo di studiarle, ma i ricercatori sperano di poter usare questi studi per coltivare in futuro cellule con lo stesso Dna del paziente per dare origine a cellule, tessuti e organi "di ricambio", capaci di sostituire quelli malati senza essere rigettati.
 
Siamo un microbioma
Una nuova identità
 
Un nuovo modo di vedere i microbi e i virus che abitano il corpo umano ha portato i ricercatori a sviluppare il concetto di «microbioma», ovvero un "superorganismo" fatto dall’insieme dei genomi dell’ospite e delle altre creature che vivono nel suo corpo. Il 90% delle cellule che compongono il nostro corpo, infatti, non ha il nostro Dna:  sono microbi! I ricercatori cominciano ora a capire quanto questi influenzino il nostro sistema immunitario e interagiscano con l’energia che immagazziniamo dal cibo.
 
Il processo infiammatorio
Il suo ruolo nelle malattie croniche
 
Il processo infiammatorio è stato a lungo considerato solo come una componente della cicatrizzazione che serviva a aiutare le cellule del sistema immunitario a ricostruire i tessuti danneggiati da traumi o infezioni. Si è invece scoperto che ha un ruolo molto importante nello sviluppo di malattie croniche come il cancro, l’Alzheimer, l’aterosclerosi, il diabete e l’obesità.
 
 
Il cambiamento climatico
Chiarite le responsabilità dell’uomoPolar-bear-on-ice
 
Nei passati dieci anni è stato chiarito che il mondo si sta surriscaldando, che l’uomo ne è responsabile, e che i processi naturali in atto non freneranno l’innalzamento delle temperature.
 
 
Arrivano i metamateriali
Creato il «mantello» dell'invisibilità
Grazie alla sintesi di materiali con proprietà ottiche particolari e sintonizzabili, fisici e ingegneri hanno esplorato nuovi modi per manipolare la luce, creando lenti che oltrepassano i limiti della risoluzione. Hanno persino iniziato a costruire «mantelli» per rendere gli oggetti invisibili. 
 
Il futuro
 
I redattori di «Science», hanno anche provato a scommettere sul futuro, indicando le aree più promettenti dei mesi a venire: i risultati che verranno dal ginevrino Lhc (Large hadron collider), non necessariamente dagli esperimenti più grossi; le analisi sui geni che aiutano gli organismi ad adattarsi al mondo che cambia; gli studi sulla fusione nucleare che si stanno svolgendo in California al Lawrence Livermore Laboratory; le ricerche sul potenziamento del sistema immunitario e infine quelle su un vaccino contro la malaria, i cui risultati preliminari mostrano una capacità di ridurre l’infezione del 50%.
 
Vota la tua scoperta:
Secondo voi qual è stata la scoperta più importante del decennio? E del 2010?
E qual è quella che vi ha più emozionato? Scrivete la vostra scelta nello spazio qui sotto dedicato ai commenti

 

 

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11 novembre 2010 - 20:02

Fantasticare ci rende felici o tristi?

Carpe diem, suggeriva Orazio. Opinione condivisa da molta filosofia e alcune religioni, come quella buddista, che ritiene che cercare di concentrare la mente sul momento presente ci aiuti a sentirci più felici e in pace con noi stessi. Ebbene, anche una ricerca di due psicologi dell'Università di Harvard, Matthew Killingsworth and Daniel Gilbert, sembra mostrare che si sta meglio quando si pensa a ciò che si sta facendo, o vivendo, rispetto a quando si ha la testa tra le nuvole. Fantasticare, un’attività che facciamo molto spesso, ci causerebbe più tristezza che felicità.Killingsworth1HR

“La mente umana è una mente errante, e una mente errante è infelice” scrivono i due ricercatori commentando i risultati del loro studio, che sarà pubblicato domani su Science.  “La capacità di pensare a qualcosa che non sta accadendo è una conquista cognitiva che ci permette di pianificare, imparare e ragionare meglio, ma che ha un costo”. A differenza di altri animali, la nostra specie spende molto tempo a pensare a cose che non sono legate a ciò che sta avvenendo attorno a noi, per esempio a contemplare il passato, a speculare sul futuro, o a pensare a cose che probabilmente non diventeranno mai realtà. Addirittura pare che il fantasticare sia il nostro modo di mettere il nostro cervello “in folle”, in attesa. Scarica Fantasticare Lara Ricci.

Gli psicologi hanno sviluppato un'applicazione per iPhone chiamata 'Track Your Happiness' (monitora la tua felicità, che vedete nelle illustrazioni) e utilizzata per seguire 2250 persone tra i 18 e gli 88 anni, chiamandole più volte al giorno, ad intervalli casuali, per chiedere loro cosa stessero pensando e facendo, e per domandargli se la loro attività fosse piacevole, neutra, o sgradevole. I volontari potevano scegliere tra 22 diverse attività, come camminare, mangiare, fare shopping. In media il 46,9 % del tempo da svegli era speso a fantasticare, anche quando erano impegnati in qualche attività (che non fosse fare l’amore), per il 30% del loro tempo la mente vagava in pensieri non legati a ciò che stavano facendo.

Killingsworth3HR   “Fantasticare sembra essere trasversale a tutte le attività – ha spiegato Killingsworth, che sta svolgendo il dottorato ad Harvard -. Lo studio mostra che la nostra vita mentale è pervasa dal non presente”.  Ma la mesta scoperta è che tutto ciò ci rende spesso tristi, non felici come si potrebbe immaginare: più la mente divaga più siamo giù di morale. Infatti, il fatto che una persona stesse fantasticando invece di essere concentrata su ciò che stava facendo era uno strumento molto più efficace per prevedere se fosse felice o triste dell’attività in sé che stava svolgendo.  In altre parole, per indovinare il suo stato d'animo non serviva tanto chiedergli in quale compito fosse impegnata, se stesse lavorando al computer o se stesse camminando, era utile domandargli se stava pensando ad altro: in questo caso c'erano buone probabilità di indovinare il suo stato d'animo: abbattuto. Per dirla con i numeri: solo il 4,6% della felicità o infelicità di una persona è attribuibile al compito in cui è impegnato, mentre la percentuale sale al 10,8% se si valuta se la mente del soggetto è Killingsworth5HR concentrata su ciò che fa o se invece pensa ad altro.

Se vi state chiedendo se la verità non sia il contrario, ovvero che quando uno è triste rimugina di più, sembrerebbe di no: i due ricercatori, valutando lo sfasamento nelle risposte, si sono convinti che il fantasticare fosse in genere la causa, e non l'effetto, dell'infelicità dei volontari.

È poi emerso che le attività durante le quali pensiamo meno sono quelle che ci rendono più felici, per esempio fare l’amore, ginnastica o parlare; si è più tristi, invece, quando si riposa, lavora, usa il computer (bella scoperta dirà qualcuno, che subito abbandonerà il nostro sfortunato blog).Killingsworth4HR

Restate ancora un secondo per dirci che cosa ne pensate, anche perché, concentrandovi su questo compito, vi sentirete molto meglio ;-)

Siete più felici quando vivete il momento o quando fantasticate? Perché?

È forse anche per questo che gli artisti, i poeti, gli scrittori, sono soggetti a grandi malinconie? 

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25 ottobre 2010 - 11:20

Cosa scegliere tra sviluppo e conservazione?

Ant Silenzio. La parola alle formiche. Sul limitare del suolo, in un intricato labirinto di cunicoli e appena sopra, in una ragnatela di piste odorose; su un territorio circoscritto da confini invisibili, ma annusabili (se dotati di minuscole antenne), difeso da pattuglie di soldati che si affrontano in danze rituali, dove l’esibizione della forza evita o ritarda la guerra, le formiche sviluppano civiltà. Comunità raffinatissime guidate da flaccide regine che un tempo erano state spose alate, intrecciatesi in volo con maschi dotati per l’accoppiamento e inetti a ogni altra azione, femmine capaci di staccarsi le ali e iniziare da sole il lavoro che poi sarebbe stato affidato a operaie esperte, guerriere, esploratrici, balie e becchine.
Questo racconta la parte più bella e appassionante di Anthill (formicaio), il primo romanzo di E.O. Wilson, celebre biologo autore di dozzine di saggi, due volte premio Pulitzer, esperto di insetti sociali, scopritore di nuovi, noto soprattutto per i suoi fondamentali studi sull’evoluzione del comportamento sociale, un campo di studio conosciuto anche con il nome di «sociobiologia».
Anthill (Elliot, Roma, pagg.350, euro 18,50)  racconta di regine operaie volate lontano dal luogo di nascita, che nell’oscurità di una galleria posano le prime pietre di un nido dove vivranno senza uscire mai, destinate a deporre migliaia di uova, figlie, frammenti di un impero fatto di conoscenze individuali che si confrontano, neuroni di un cervello diffuso di un superorganismo feroce e generoso, guidato dai segnali odorosi provenienti dal ventre della terra dove la regina continua incessante il lavoro di replicazione dei suoi geni e di quelli di quell’unico maschio con cui si è accoppiata.
Queen ant Descrive colonie di insetti geneticamente identici e altruisti che in eroici scontri si misurano e si frantumano, per generare comunità nuove e più fiorenti. Società simili a comunità marxiste ideali dove l’unica cosa che conta è il bene comune, ovvero la sopravvivenza della regina (ma i pigri ci sono anche qui). Esplicitamente paragona questi cicli epici a quelli delle civiltà umane, con cui s’intersecano, per entrare a fare parte di una ciclicità ancora più ampia, l’eterna giovinezza della biosfera. Gruppi di individui spinti dal desiderio di espansione, ma anche guidati da leggi e principi "genetici" che tendono a frenare la colonizzazione indiscriminata dell’ambiente, che porta la sua inevitabile distruzione, e dunque anche alla fine della colonia o della specie. Nel romanzo, le vicende di un formicaio si intrecciano a quelle degli uomini, che devono decidere tra lo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente in cui vivono o la conservazione.
Anthill L’ottantunenne professore di Harvard questa volta ha lasciato la penna di saggista, che maneggiava con grandissima abilità, per avventurarsi in un romanzo, meno riuscito sicuramente del capolavoro Formiche. Storia di un’esplorazione scientifica (Adelphi, scritto con Bert Hölldobler), ma comunque appassionante, ad di là di qualche lungaggine in descrizioni non necessarie e di uno scavo psicologico presentato in modo tanto razionale da far pensare al tavolo dell’entomologo. Non bello tanto per le sue descrizioni naturalistiche romanzate (inarrivabili le pagine di L’estate della collina di J. A. Baker – traduzione di Salvatore Romano, Gea Schirò, Palermo, pagg. 176, euro 16,00 – che pure racconta storie di formicai, pettirossi, boschi e acquitrini senza nemmeno bisogno di ricorrere a personaggi e trama "umana"), ma per la capacità di vedere oltre ciò che appare, con l’occhio del naturalista esperto, in grado di spiegare i piccoli ingranaggi che fanno progredire le singole specie e nel contempo mantenere lo sguardo d’insieme sulla biosfera, e sulla sua evoluzione.
Soldato e operaia Anthill è la storia di un ragazzino della provincia profonda dell’Alabama, dove Wilson stesso è nato, che cresce appassionandosi sempre più all’ambiente selvaggio del Nokobee, un ecosistema quasi intatto denso di specie in estinzione ed endemiche, minacciato dagli immobiliaristi. Il protagonista, naturalmente predisposto a una carriera scientifica, decide invece di specializzarsi in legge, ad Harvard, per avere i mezzi per difendere il suo tesoro della biodiversità. Fermamente convinto della necessità di preservare gli ecosistemi, il giovane ambientalista si allontana da un gruppo di ecologisti massimalisti per «lavorare al centro, perché è lì che prima o poi gli estremi si incontreranno». Si specializza sulla risoluzione dei conflitti ed elabora una strategia di dialogo dove cercherà di convincere i tradizionalisti radicali della Bible belt che «conservatorismo» e «conservazione» (della natura) vengono dalla stessa radice (non solo linguistica). Un esperimento tentato peraltro da Nadine Gordimer nel suo splendido The Conservationist, del 1974, tradotto in italiano con Il conservatore (Feltrinelli, Milano, pagg. 272, euro 9,50).
Un po’ come nel racconto di Italo Calvino La formica argentina – dove si narra di un insetto particolarmente prolifico e aggressivo che invase la riviera del Ponente ligure negli anni Venti e Trenta – il protagonista giunge alla conclusione che gli immobiliaristi e tutto ciò che rappresentano non si possono eliminare, ma che bisogna conviverci. La conservazione totale di un ambiente immacolato, sembra voler concludere Wilson, è un obiettivo in contrasto con lo sviluppo, necessario al perenne confronto-scontro tra le "colonie umane". Bisogna perciò saper prendere «il meglio di due mondi», trovare una via di mezzo che consenta la crescita economica tutelando il più possibile la biosfera e la sua capacità rigeneratrice, senza la quale l’uomo è destinato a scomparire.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

E voi, cosa ne pensate? Quale equilibrio trovare tra sviluppo e conservazione? Fino a che punto la l'effimera crescita economica di un paese, la necessità di un confronto vincente con altre comunità umane, può giustificare la distruzione del loro habitat, formatosi in milioni di anni?

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8 ottobre 2010 - 13:30

Quanti soldi servono per comprare la felicità?

  
Pangane 2 
 
 
Facile lagnarsi del fatto che i soldi non possono comprare la felicità, quando si è ricchi. Direste lo stesso se foste poveri, molto poveri? La condizione economica ha un effetto sulla nostra gioia e sul nostro benessere, e così
lo psicologo Daniel Kahneman, vincitore del premio Nobel per l'economia nel 2002, si è posto l'annosa questione se il denaro possa comprare la felicità. Giungendo a conclusioni interessanti.

La percezione della nostra vita e della nostra felicità aumenta considerabilmente fino a quando il nostro reditto annuale tocca la soglia di 75mila dollari (negli Usa), passata quella soglia, però l'aumento di ricchezza non produce un significativo aumento di benessere.Immagine 731

Lo studio di Kahneman, pubblicato con l'economista Angus Deaton, entrambi professori di Princeton, su Pnas del 6 settembre scorso, è in realtà più raffinato. Prende in esame un sondaggio giornaliero (il Gallup-Healthways Well-Being index) condotto tra mille americani cui sono state fatte 450mila domande e cerca di valutare due differenti elementi: la percezione che gli intervistati hanno della propria vita (valutata in una scala da 1 a 10) e il loro benessere emotivo, che si riferisce al numero di volte in cui in una giornata si prova gioia, tristezza, rabbia, stress, e affetto, un benessere misurato attraverso domande riferite al giorno prima.

Ebbene, ciò che i ricercatori hanno trovato è che il denaro non necessariamente significa più felicità, ma troppi pochi soldi sono legati a sofferenze emotive. Per esempio possono esacerbare la sofferenza legata al divorzio, alla malattia, alla solitudine. 75mila dollari l'anno pare essere la soglia oltre la quale la felicità non dipende più dal denaro, ma da altri fattori legati al carattere delle persone, all'ambiente in cui vivono, agli avvenimenti che si trovano a fronteggiare.

Il reddito la formazione scolastica, inoltre, sono molto legati alla percezione che gli intervistati hanno della propria vita, mentre la salute, la capacità di prendersi cura degli altri, la solitudine e il vizio del fumo sono invece indicatori più utili per prevedere il benessere emotivo.

Immagine 721 E voi cosa ne pensate? il denaro può compare la felicità, o almeno un po' più di felicità? Oltre quale reddito annuo pensate che la percezione della vostra vita e il vostro benessere emotivo non aumentino più significativamente? 

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20 agosto 2010 - 23:11

Chi ci guadagna col tradimento?

Gouldian Finch geloso by Sarah Pryke
Cosa spinge le femmine del Diamante di Gould (Erythrura gouldiae), un grazioso volatile australiano dalle abitudini tendenzialmente monogame, a tradire il proprio compagno?

I maschi di questa specie contribuiscono al pari delle femmine alla fatica di allevare la prole ma, se si accorgono di essere cornuti, riducono di molto il loro impegno di genitori. Così le femmine, per nascondere l'infedeltà, volano su lunghissime distanze per incontrare gli amanti.

Cosa le spinge a questo faticoso tradimento, si sono chiesti Sarah Pryke, Lee Rollins e Simon Griffith, tre ricercatori che, alla Macquarie University di Sydney, studiano il comportamento degli uccelli.

A un primo esame, il comportamento delle fedifraghe pennute sembra illogico: evolutivamente parlando, la promiscuità sessuale può essere un vantaggio per i maschi, perché aumenterebbe le loro possibilità di tramandare i propri geni, ma cosa ci guadagnano le femmine, che invece non possono aumentare il numero dei figli, e oltretutto si trovano poi da sole a sobbarcarsi la fatica di allevare i pulcini?

Gouldian Finch - triangolo - by Sarah Pryke I ricercatori hanno pubblicato la risposta oggi su Science: nel caso del Diamante di Gould, col tradimento le femmine aumentano la possibilità di avere figli più sani e forti. In altre parole, la scappatella aumenta la probabilità che i geni della mamma passino alle future generazioni.

La spiegazione è questa: i Diamanti di Gould possono avere due diversi colori, che nei maschi sono differenziabili dalla testa - può essere rossa o nera - ebbene, se una femmina proveniente da una varietà a testa nera si incrocia con un maschio testa rossa, o viceversa, a causa delle differenze genetiche, i figli che nascono sono meno forti, hanno maggiore probabilità di morire da piccoli. Tuttavia, per via della scarsa disponibilità di maschi geneticamente compatibili, spesso le femmine scelgono nel proprio gruppo il compagno, anche se, geneticamente parlando, non è il massimo. Poi però poi volano su lunghe distanze per cercare un incontro occasionale e segreto con un maschio che le garantisca di non sprecare le proprie uova. Gouldian Finch maschio e babies by Sarah Pryke

Il vantaggio è parso evidente quando Sarah Pryke, dopo aver svolto una serie di esperimenti in cui ha ricostruito il ménage à trois in cattività, è andata a vedere chi erano i veri padri dei pulcini nati dalle triangolazioni. Si è così accorta che le femmine, pur essendosi accoppiate con tutti e due i maschi, riuscivano a far fecondare le loro uova dal maschio geneticamente più compatibile. L'ipotesi dei ricercatori è che in qualche modo le femmine di questa specie di uccelli possano conservare a lungo, nel loro tratto riproduttivo, lo sperma dei differenti compagni, e selezionare in qualche modo quello più efficace per fertilizzare le loro uova.

Gouldian Finch 3 by Sarah Pryke Ma se i pennuti hanno le loro buone ragioni, cosa spinge l'uomo, e la donna, al tradimento?

E ancora, la nostra specie, secondo voi, è monogama? 

Scrivete la vostra opinione cliccando sulla scritta "commenti"

Pryke, et al, Science vol, 329, 20 agosto 2010

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Categorie: Amore e sesso, Animali, Geni e biologia, Società ed etica

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TAGS: accoppiamento promiscuo, Diamante di Gould, fertilità, monogamia, multiple mating, promiscuità, promiscuous mating, tradimento, vantaggio evolutivo

16 agosto 2010 - 18:31

Chi salverà la banca delle fragole / 3

Non tutto sembra perduto a Pavlovsk: dopo che un tribunale moscovita, l'11 agosto  aveva dato il via libera alla distruzione della Pavlovsk station, detta anche la banca dele fragole, una delle più preziose banche di piante da frutto al mondo (si legga la storia cliccando qui ), oggi il presidente russo Dmitry Medvedev ha chiesto di aprire un'inchiesta, anche a seguito delle numerose pressioni ricevute via twitter (usando #pavlovsk hashtag) o tramite petizioni firmate online da tutto il mondo (e anche dai nostri lettori).

Il presidente russo ha tempo fino all'11 settembre per fermare lo scempio, poi la decisione di trasformare in case di villeggiatura il terreno che ospita la collezione di inestimabile valore diventerà irrevocabile.

Chi volesse firmare la petizione, puo farlo tramite il Global Crop Divesity Trust, una fondazione internazionale nata per preservare la biodiversità agricola. Ecco l'indirizzo:

http://www.change.org/croptrust/petitions/view/tell_the_president_of_russia_to_stop_the_destruction_of_the_future_of_food

 

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10 agosto 2010 - 11:30

Domani un tribunale russo decide se salvare la banca delle fragole

Strawberry fileds In una Russia devastata dagli incendi, un tribunale si appresta a decidere, domani, se preservare una delle più grandi banche al mondo di piante da frutta e ornamentali (4mila,il 90% conservate solo qui) fra cui una collezione inestimabile di fragole e frutti di bosco.  Una banca di importanza fondamentale anche per fare fronte al cambiamento climatico.  Si legga l'articolo completo: qui

http://lararicci.blog.ilsole24ore.com/2010/07/chi-salver%C3%A0-il-posto-delle-fragole.html

Chi volesse firmare una petizione o intraprendere altre azioni per fare sentire la sua voce, può andare sul sito del Global Crop Diversity Trust

http://www.croptrust.org/main/index.php?itemid=754

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6 agosto 2010 - 17:09

Dove custodiamo il dolore?

Dove custodiamo i ricordi dolorosi? O, meglio, l’aspetto doloroso dei ricordi? Due ricercatori del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Torino, Tiziana Sacco e Benedetto Sacchetti, hanno pubblicato oggi su “Science” uno studio che individua le strutture del cervello che conservano, anche per tutta la vita, le emozioni legate alle esperienze dolorose vissute in passato. Durante un’esperienza che coinvolge la nostra sfera emotiva, infatti, gli stimoli sensoriali che l’accompagnano (odori, suoni e colori) vengono associati all’emozione provata in quei momenti. Se un suono ha accompagnato un avvenimento doloroso, per esempio lo squillo del telefono che precede un’aggressione, tenderemo in seguito ad associare quel suono al rischio di essere aggrediti.Madeleine

Oppure, come ben descriveva Marcel Proust, un profumo sentito durante l’infanzia, quello del celebre docetto “madeleine”, ci può riportare alla mente in modo estremamente vivido, le emozioni di allora. In altre parole, stimoli sensoriali ed emotivi, sono strettamente legati e l’evocazione di un odore, di un profumo o di una certa fisionomia (stimolo visivo) porta a una forte evocazione delle emozioni ad esso legate.

Dove viene conservato il ricordo che ci dice che un certo stimolo è doloroso. O piacevole? “C’erano molte ricerche sul come si formano i ricordi emotivi legati a stimoli sensoriali, visivi, acustici o olfattivi, ma si sapeva poco sui luoghi dove poi queste memorie emotive vengono immagazzinate - ha spiegato Sacchetti- . Le ipotesi erano due: una è che fosse l’amigdala formare e conservare i ricordi, la seconda è che l’amigdala facilitasse la formazione di queste memorie in strutture sconosciute. Siamo perciò andati a cercare di capire dove questo tipo di tracce potesse essere immagazzinato per tutta la vita. Abbiamo lasciato perdere l’amigdala e, trattandosi di stimoli sensoriali, siamo andati a cercarli nelle cortecce sensoriali. Queste sono divise in due grosse famiglie: primarie e secondarie, alle primarie arrivano informazioni più semplici, qui si elaborano informazioni sullo stimolo elementari, per esempio se stiamo parlando di un suono, quanto questo è intenso (l’ampiezza) o la sua frequenza. Nelle cortecce secondarie (che sono già presenti nei mammiferi, ma nell’uomo aumentano enormemente come dimensioni) vengono immagazzinate informazioni più complesse, ad esempio l’interezza di una musica, la sequenza di tutti i suoni, oppure dove è localizzato un certo suono nell’ambiente che ci circonda. Ed è proprio qui che abbiamo scoperto che si conservano gli aspetti emotivi legati alle emozioni”.

I ricercatori per ora hanno studiato solo i ratti: hanno fatto ascoltare loro un suono che annunciava uno stimolo doloroso. E hanno verificato che se danneggiavano la corteccia uditiva il ratto non ricordava più la connotazione sgradevole del suono. Se però lo stesso stimolo sensoriale non era stato associato a nessuna conoscenza emotiva il soggetto continuava  a ricordarselo: ”i ratti non perdevano la memoria dello stimolo sensoriale, ma la memoria del significato emotivo che quello stimolo aveva acquisito con l’esperienza” spiega Sacchetti. Le due informazioni, sensoriale ed emotiva, risultano dunque disgiunte:  “da qualche parte viene conservata la memoria sensoriale, e nelle cortecce sensoriali secondarie (visiva se lo stimolo è visivo, uditiva se lo stimolo è uditivo, etc.) viene conservata la memoria emotiva legata a un certo stimolo”.

Le cortecce secondarie, che sono particolarmente sviluppate nell’uomo, si confermano  dunque come aree cerebrali “di ordine superiore”, vale a dire deputate all’elaborazione degli aspetti più complessi dell’informazione sensoriale.

Ma attenzione a trarre conseguenze affrettate come “presto potremo cancellare gli aspetti dolorosi dei nostri ricordi, così come i ricercatori sono riusciti a rimuovere quelli dei topi”. “Bisogna essere chiarissimi – spiega Sacchetti -: noi abbiamo scoperto semplicemente meccanismo con cui il cervello conserva il ricordo emotivo nei topi, siamo molto lontani dagli studi sull’uomo, in particolare dal capire e trattare fenomeni come la paura e l’ansia. Le paure, inoltre, sono fondamentali per la sopravvivenza, è importante ricordarsi le cose pericolose per evitarle in futuro, e il nostro cervello si è evoluto in modo da ricordare queste informazioni il più possibile. Un ricordo doloroso coinvolge sicuramente più aspetti, allo stimolo uditivo ne è spesso associato uno visivo e olfattivo. Credo che sia molto difficile riuscire a manipolare questo tipo di ricordi”.

E voi che cosa ne pensate? Se fosse possibile, cancellereste il dolore che è racchiuso nei vostri ricordi?

Scrivete la vostra opinione cliccando sulla voce “commenti”

 

SCIENCE

VOL 329 6 AUGUST 2010

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Categorie: Bambini e apprendimento, Cervello, Società ed etica

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TAGS: corteccia secondaria, dolore, memoria, ricordi

24 luglio 2010 - 20:45

Chi siamo veramente?

Chi siamo veramente? La domanda risale alla notte dei tempi, eppure Jeffrey Gordon ha una risposta quanto mai originale. Siamo i diecimila miliardi di cellule che compongono il nostro corpo e che hanno lo stesso patrimonio genetico, più centomila miliardi di cellule batteriche di vario tipo, più una galassia ancora più grande di differenti virus che stanno stabilmente dentro queste cellule batteriche e che probabilmente danno loro una mano.

Siamo un organismo di organismi, che vivono in simbiosi. Detto in altro modo: ciascuno di noi differisce dagli altri per il suo Dna (sempre che non abbia un gemello), per i batteri che ospita (che però all’interno di una famiglia sono simili), e per i virus "buoni" che stanno dentro a questi batteri e che invece sono molto specifici e variano parecchio da persona a persona, anche se si tratta di gemelli identici. L'esistenza di una forte identità virale (un "viroma", per paragonarlo al genoma) è stata scoperta da Gordon, che è il direttore del centro per gli studi genomici della Washington University di St Louis. Insieme a Forest Rohwer, della San Diego State University e ad altri ricercatori ha studiato i batteri che stanno nel nostro intestino e che, per esempio. sintetizzano amminoacidi e vitamine essenziali per il nostro organismo o che aiutano nella digestione di sostanze che altrimenti non potremmo assimilare. Ha così scoperto che questi microorganismi erano a loro volta colonizzati stabilmente da virus, virus per l’80% erano sconosciuti (lo studio è stato pubblicato su «Nature» settimana scorsa).

«Questo è un mondo ancora ampiamente inesplorato. Siamo la somma di parti umane e microbiche» ha commentato Gordon, il cui obiettivo finale è capire se questo ecosistema che ospitiamo può essere in qualche modo legato alle malattie, alla nostra risposta alle patologie, o per esempio alle allergie, che sono molto aumentate negli ultimi anni e che si ipotizza possano essere legate alla perdita, a causa del troppo igiene, dei microrganismi che ci aiutano a far funzionare il corpo.

L’individuo è il risultato non dell’espressione di un singolo Dna, bensì di un «paesaggio genetico», scrive Gordon. In altre parole, una persona non sarebbe altro che un’ammucchiata di migliaia di miliardi di organismi differenti che lavorano all’unisono per renderci unici, unici ma plurimi. Siamo perciò un paradosso vivente (nel vero senso della parola)?

«Unici ma plurimi non è una cosa nuovissima - risponde Franca D’Agostini, professore di Filosofia della Scienza al Politecnico di Torino e autrice, tra gli altri, del recente saggio Paradossi (Carocci) - Fin dalle origini della filosofia troviamo l’idea che l’identità sia plurima, che si ospitino diversi io nell’io. Sia Platone sia Aristotele sostenevano che l’unità è uno-singolo, ma anche uno-tutto, dunque è composta di molte parti. Gli epistemologi dicono che noi siamo sistemi conoscitivi plurimi frammentati. Per esempio Roy Sorensen (filosofo della medesima Washington University in St. Louis, ndr), sostiene la vecchia teoria degli omuncoli che starebbero all’intero di ciascun essere umano, come diversi uffici che svolgono funzioni diverse, a volte all’insaputa l’uno dell’altro; funzioni che a volte convergono dando origine a quella che una volta si chiamava “intuizione a priori”».

«C'è rischio di un abuso della nozione di identità – commenta Roberto Casati, filosofo dell'École normale supérieure -. Se riduco la mia identità a ciò di cui sono fatto, devo poi tenere conto del fatto che ciò di cui sono composto cambia continuamente, perché si rinnovano i materiali di cui è costituito il mio corpo, mentre io resto me stesso. Anche il determinismo genetico è un mito che proietta una forma banale e semplicistica di identità, mentre in realtà ciò che le persone sono dipende moltissimo dall’ambiente. Questo ambiente include anche a questi virus e batteri con cui conviviamo. Noi dipendiamo da quello che inglobiamo e da ciò che ci ingloba. E' interessante identificare i virus e batteri che abitano dentro di noi, ma questo non minaccia l'idea di quello che siamo, né cambia radicalmente il nostro modo vedere noi stessi o la nostra identità di specie. Non porta una rivoluzione concettuale paragonabile al darwinismo, la scoperta che siamo imparentati con tutte le specie viventi».

Dal punto di vista pratico però - secondo Rohwer - le cose cambierebbero parecchio: «il fatto che siamo un "paesaggio genetico", muta in modo fondamentale il modo in cui pensiamo all’individuo dal punto di vista medico. Quando cerchiamo di curare una malattia, o di capirne le origini, dobbiamo tenere conto del fatto che l’organismo sano o malato non è solo l’effetto del patrimonio genetico o di agenti esterni come virus o batteri infettivi, ma anche di questo ecosistema che vive in simbiosi con noi».

E voi che ne pensate? Chi siamo veramente?

 

 

Reyes, A. et al. Nature 466, 334-340 (2010).

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Categorie: Geni e biologia

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19 luglio 2010 - 11:24

Chi salverà il posto delle fragole?

Strawberry fileds Il posto delle fragole sta per essere spazzato via. I bulldozer sono pronti a sradicare dal pianeta un patrimonio d'inestimabile valore per l'umanità, un giacimento di biodiversità la cui selezione ha richiesto millenni. Il governo russo sta per dare il via libera alla costruzione di case vacanze sugli orti a perdita d'occhio che, a una trentina di chilometri da San Pietroburgo, conservano 4mila varietà di piante da frutta e ornamentali raccolte in tutto il mondo in un secolo di sforzi, piante che per il 90% sono conservate solo qui. Pavlovsk 2 Pavlovsk

La Stazione sperimentale Pavlovsk ha resistito all'assedio di Leningrado, all'accampamento dei tedeschi. Rischia di essere cancellata dal boom immobiliare: la causa civile che sancirà il passaggio di proprietà dei terreni, ora dell'Accademia delle scienze russa, è prevista per l'11 agosto.

Nei suoi orti sterminati crescono mille tipi diversi di fragole originarie di 40 paesi, da cui derivano le due varietà commerciali più diffuse oggi, mirtilli provenienti da 30 nazioni, 634 varietà di mele, svariati tipi di ciliege, amarene, pere, sorbole, frutti di bosco delle regioni boreali intraducibili in italiano, bacche ricche di vitamine, antiossidanti e nutrienti che potrebbero servire per selezionare nuove varietà commerciali con più sostanze utili all'organismo.

Pavlovsk non è una banca di semi, è una banca di piante. Non tutti i vegetali, infatti, si possono conservare tramite semi: non tutti li producono e altri possono perdere alcune loro caratteristiche se sono generati dal seme. Contadini e agronomi per secoli li hanno moltiplicati a partire da piante vive, ed è quello che da quasi cent'anni si fa nei campi di Pavlovsk, che è divenuta la più grande e preziosa collezione in vivo di piante da frutta del mondo. Una collezione che è quasi impossibile da spostare. Ci vorrebbero almeno dieci anni e milioni di euro.

Nikolai_Vavilov Nel 1926 Pavlovsk fu fondata da Nikolai Vavilov, un botanico russo che si rese conto della necessità di creare banche delle sementi per conservare la diversità genetica. Iniziò a girare tutto il mondo per raccogliere le specie domestiche e selvatiche; si era accorto che specialmente là dove le varietà domestiche avevano avuto origine si trovava una maggiore diversità. Portò in patria 200mila piante. Si oppose però alle astruse teorie genetiche di Trofim Lysenko, il direttore dell'Accademia delle scienze agricole sovietica. Finì i suoi giorni nei campi di lavoro di Stalin, salvo essere riabilitato post mortem, emblema del conflitto tra scienza e ideologia. Ironia della sorte, il lascito vivente di questo grande scienziato rischia ora di soccombere nel conflitto tra conservazione e consumismo sfrenato. Vavilov2

Un errore grottesco di cui ci si pentirà per secoli. Emile Frison lo chiama «sacrilegio», e come dargli torto? Il presidente di Bioversity International, organismo per la ricerca e la protezione della biodiversità, esclama: «Non si rendono conto del valore economico che questa banca di germoplasma ha per la Russia, oltre che per l'umanità? Solo l'export russo di fragole vale 44,5 milioni di dollari l'anno; 240 quello mondiale. Se si perde la diversità sarà molto più difficile migliorare le varietà, adattarle al cambiamento climatico, proteggerle dalle malattie». Frison ha inviato una lettera al direttore generale della Fao, dell'Unep e ne sta preparando una per Vladimir Putin. Anche Cary Fowler, direttore del Global Crop Diversity Trust è intervenuto per prevenire «la maggiore perdita di biodiversità evitabile della sua vita», e proprio durante l'anno internazionale della biodiversità. Come suggerisce il film di Ingmar Bergman, "Il posto delle fragole", è il momento di fermarsi, e riconsiderare quali sono le cose davvero importanti.

I lettori sono invitati a lasciare commenti, opinioni, suggerimenti.

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Categorie: Geni e biologia, Piante e agricoltura

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TAGS: banca delle fragole, biodiversità agricola, Nikolai Vavilov, Pavlolvsk experimental station

11 luglio 2010 - 7:55

Cosa è la coscienza?

Gli archeologi della mente li chiamavano "lobi silenti": la funzione dei lobi frontali è così elusiva ed enigmatica che i primi che cercarono di comprenderla si convinsero che non esistesse. Eppure nell’uomo queste aree cerebrali occupano quasi un terzo dello strato esterno del cervello (il doppio rispetto allo scimpanzé), tanto che la nostra evoluzione è stata denominata "l’era dei lobi frontali".Goldberg

Già alla fine degli anni Sessanta Elkhonon Golberg, ora professore di Neurologia alla New York School of Medicine, con il suo maestro, Aleksandr Lurija, cercò di decifrarne il ruolo. La sinfonia del cervello (di Elkhonon Goldberg, Ponte alle Grazie, Milano, pagg. 420, euro 20,00), versione arricchita dell’Anima del cervello è il racconto di un viaggio intellettuale e umano che parte da Mosca e arriva ai giorni nostri, per spiegarci quello che sappiamo della mente, e in particolare di quella parte che fa di un individuo ciò che è, definisce la sua identità e ne racchiude pulsioni, ambizioni, personalità ed essenza: i misteriosi lobi frontali, appunto. La narrazione comincia col doloroso addio a Lurija, che aveva offerto al giovane Goldberg di entrare nel partito comunista, lo stesso partito che aveva spedito il padre dell’autore in un gulag. Il suo rifiuto segna l’inizio di un avventuroso piano per lasciare l’Urss, e del difficile compito cui furono sottoposti i suoi lobi frontali. Perché è proprio quest’area che sovraintende alle decisioni "ambigue". Diversamente da ciò a cui ci abitua la scuola, nella vita la maggior parte delle scelte che facciamo riguarda problemi che non hanno soluzioni intrinsecamente corrette. Sono le cosiddette "libere scelte".

Lobi frontali In generale, se i lobi frontali sono danneggiati si perde la capacità di decidere in modo autonomo, come accade all’inizio del declino cognitivo degli anziani, quando diventano indecisi, esitanti, o in certi disturbi mentali. Grazie alla maggiore comprensione della funzione di quest’area cerebrale, nel 2002, la Corte suprema Usa, pronunciandosi contro la pena capitale per i ritardati mentali, ha riconosciuto che un individuo può possedere una conoscenza "descrittiva appropriata" – cioè sapere in teoria cosa è bene e cosa è male – ma avere una conoscenza "prescrittiva carente" – cioè non essere in grado, all’atto pratico, di usare questa conoscenza per decidere come comportarsi. In generale i lobi frontali (o meglio, una loro parte, la corteccia prefrontale) sono responsabili dell’intenzionalità, dell’attività decisionale complessa. In altre parole, svolgono le "funzioni esecutive": come una grande azienda o un’orchestra, anche la mente consta di distinte zone che servono a funzioni distinte, a coordinarle c’è un dirigente esecutivo, o un direttore d'orchestra.

E qui si trova, secondo Goldberg, la coscienza. Ma attenzione a non porre troppa enfasi su tale concetto: «Ho sempre ritenuto che questa nozione nascondesse meno di quanto si creda. Dal mio punto di vista avere una coscienza significa avere la neocorteccia, in particolare le regioni associative. Il fenomeno dell’esperienza cosciente non è niente di più né niente di meno dell’attivazione di una rete neocorticale sufficientemente ampia per un tempo abbastanza lungo e con un’intensità sufficientemente elevata» scrive Golberg, che prende a prestito l’elegante espressione del suo collega Antonio Damasio, «L’errore di Cartesio» per definire lo sbaglio di chi credette che la mente avesse una vita sua, indipendente dal corpo, e che critica il fatto che ancora «molte persone istruite considerino l’ambizione, intuizione, la capacità di previsione, ossia gli attributi che definiscono la personalità e l’essenza di un individuo come attributi "extracranici", quasi si trattasse di qualità degli abiti che indossiamo e non della nostra biologia» . Secondo Golbergi, l’avvento della corteccia prefrontale, che ha la capacità di formare rappresentazioni neurali che non si basano sull’esperienza diretta (per esempio la rappresentazione mentale di una sirena, una sintesi di donna e pesce) è andato di pari passo con l’emergere della coscienza. Sarebbe l’area dove tutti i substrati neurali convergono, un’area che deve esistere poiché qualsiasi aspetto del nostro mondo mentale può essere al centro dell’attenzione della nostra coscienza.

In questo volume Golberg chiarisce anche molto bene la sua teoria secondo cui i due emisferi non rappresentano funzioni differenti, ma novità e familiartità: quando si deve affontare, imparare una cosa nuova si attiva quello destro, dove si forma e immagazzina una rappresetnazione gossolana di quel che sta accadendo, e man mano che questa cosa diventa nota si ha un graduale spostamente verso il il sinistro, dove la rappresentazione divanta più precisa ed efficace (ma attenzione, ci sono differenze nelle donne). L'apprendimento è dunque un processo dinamico che coinvolge nelle prime fasi l'emisfero destro, e poi, man mano che si affina, quello sinistro. Tanto che il cervello di un musicista principiante, quando suona, utilizzerà soprattutto la parte destra dell'encefalo, mentre uno esperto, userà le conoscenze immagazzinate in maniera più fine ma anche più rigida, in quella sinistro.

Goldberg chiarisce subito che nel libro non ha tentato di essere obiettivamente esauriente e sistematico. È sua intenzione (riuscita) è presentare un punto di vista personale, originale e a tratti provocatorio su questioni delle neuropsicologia e delle neuroscienze cognitive. Il suo è un testo fondamentale, già scrisse Oliver Sacks. Dà una visione d’insieme coerente dell’«organo sconosciuto che ci rende ciò che siamo, che ci dona le nostre preziose facoltà e che ci schiaccia sotto il peso dei nostri punti deboli: il cervello è il microcosmo, l’ultima frontiera».

E voi che cosa ne pensate? Che cosa è la coscienza? Che cosa ci rende ciò che siamo?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lara Ricci

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Categorie: Cervello, Società ed etica

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TAGS: corteccia prefrontale, coscienza, elkhonon golberg, la sinfonia del cervello, lobi frontali, mente e cervello

2 luglio 2010 - 10:40

Vi dico la data della vostra morte?

Una goccia di sangue potrà dirci se supereremo i 95 anni. In 150 frammenti di Dna si nasconde il segreto di lunga vita. Anzi, di lunghissima vita. Il più grande studio statistico sui centenari mai svolto, oltre mille vegliardi seguiti dal 1995, ha svelato la ricetta della longevità. Dopo i 95 anni, ciò che permette di spegnere candelina per ancora molte lune è soprattutto la genetica, meno importanti sono l’ambiente in cui si vive o lo stile di vita.

Jeanne Calment ha vissuto 122 anni

Ma c’è di più, la ricerca pubblicata oggi su “Science”, sembra smentire l’ipotesi corrente che la longevità sia dovuta alla mancanza di variazioni genetiche che possono condurre a malattie. In altre parole “I nostri risultati preliminari sembrano contrastare l’ipotesi che se una persona vive a lungo è perché non possiede quelle varianti nei geni che aumentano il rischio di malattie comuni, come l’ipertensione, il diabete, o le patologie cardiache”, spiega Paola Sebastiani, 46enne professoressa di biostatistica alla Boston University School of public health, firmataria del lavoro.

Ma andiamo per gradi. L’aspettativa di vita per i paesi sviluppati oggi va dagli 80 agli 85 anni. Fino a quell’età ciò che permette di invecchiare bene sono fattori ambientali (stile di vita, abitudini alimentari, lo svolgimento o meno di attività sportive, fumare o no) e genetici. Per esempio, un precedente studio sugli Avventisti del settimo giorno, che in virtù della loro religione hanno comportamenti quanto mai salubri, ha mostrato come queste persone abbiano una aspettativa di vita di ben 88 anni: 3-8 più della media. Analisi sui gemelli hanno poi suggerito che la genetica conterebbe solo per il 20-30% quando si tratta di toccare il traguardo degli 85 anni.

Tutto cambia, però per chi vive dieci, trenta anni oltre questa soglia. “La nostra ricerca mostra in modo molto evidente che la longevità ha una forte base genetica” racconta Sebastiani. I ricercatori hanno cercato di determinare le varianti genetiche che caratterizzano i centenari e ultracentenari (fino a 119 anni) e hanno individuato 150 marker genetici. “Abbiamo costruito un modello che può essere usato per predire la capacità di un individuo di superare i 90 anni sulla base del suo Dna che raggiunge una precisione del 77% - spiega la ricercatrice nativa di Brescia -. Il restante 23% che non riusciamo a prevedere può essere dovuto o a varianti genetiche ancora sconosciute oppure all’ambiente e allo stile di vita”. Il gruppo di autori dello studio ha specificato che non intende brevettare la propria scoperta, e che anzi, nel giro di poche settimane vuole creare un sito, a disposizione di chiunque, dove è possibile inserire i propri dati genetici e scoprire la propria aspettativa di vita (“sarà necessario prendere un campione del proprio sangue, fare un’analisi del Dna relativa a questi 150 marker e infine inserire i risultati nel software a disposizione sul sito” chiarisce Sebastiani.

I ricercatori hanno poi visto che i centenari studiati possono poi essere divisi in 19 sottogruppi simili  tra loro per il modo in cui invecchiano (chi evita le malattie, chi vive con certe patologie più a lungo della media). Il grande campione era composto da persone di origine caucasica, per l’85% erano donne (perché a questa età sono molto più frequenti degli uomini). Vi erano anche italiani (del Nord e del Sud), ma la provenienza geografica non sembra essere rilevante nella suddivione dei marker.

Con sorpresa, però, i ricercatori hanno scoperto che i fattori di rischio delle malattie più comuni sono ugualmente presenti tra chi taglia il traguardo dei 100 anni e le persone normali: “Il Dna centenari che abbiamo esaminato aveva  lo stesso numero di varianti associate a malattie degli altri. Questo ci fa pensare che non è la mancanza di queste varianti che fa vivere a lungo, ma è proprio l’arricchimento delle variazioni genetiche da noi individuate che permette un’eccezionale longevità”. Tanto che quasi la metà dei centenari analizzati aveva la maggiore proporzione di questi 150 elisir di lunga vita nel proprio Dna.

 

E voi cosa ne pensate? Vorreste conoscere la vostra aspettativa di vita? Vi sottoporreste al test?

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Categorie: Geni e biologia

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TAGS: centenari, elisir di lunga vita, New England Centenarian Study

1 luglio 2010 - 0:22

Quanto è antica la vita? (pluricellulare)

The fossil remains of the Gabonese colonial macro-organisms Maturandi attenzione. Quel che è scritto sui vostri libri di scienze potrebbe essere sbagliato. Questo è quel che sostiene un articolo pubblicato oggi su Nature: la vita pluricellulare sulla Terra potrebbe essere apparsa ben 2,1 miliardi di anni fa.

In Gabon, vicino Franceville, sono infatti stati trovati fossili, grandi fino a 12 centimetri, di organismi gelatinosi che sembrano essere una forma di vita pluricellulare (o una colonia molto organizzata di organismi unicellulari, secondo chi non riesce a credere che la vita pluricellulare si possa essere sviluppata appena dopo l'aumento della concentrazione di ossigeno in atmosfera, avvenuto 2,4 miliardi di anni fa). Virtual reconstruction (via microtomography) of the outer (left) and inner morphology (right) of three fossil specimens from the Gabonese site

La struttura di questi grossi fossili, il modo in cui sono disposti nello spazio fa pensare a una struttura cresciuta in modo preorganizzato e a una rete di comunicazione tra le cellule, allo scambio di informazioni e sostanze, sostiene il suo scopritore, Abderrazak El Albani dell'università di Poitiers, in Francia, che è convinto che si tratti della prima forma di vita "superiore" apparsa sulla terra. Fino ad ora, le più antiche forme di vita pluricellulare trovate erano dei controversi fossili indiani mezzo miliardo di anni più giovani. E la vera esplosione della vita pluricellulare avvenne non prima del Cambriano, 542 millioni di anni fa.

The site bearing the 2.1 Ga macrofossils outcropping near Franceville, in Gabon I fossili, visibili ad occhio nudo, sono magnifiche chiocciole d'argilla, d'un colore grigio perla. Si trovano su quello che fu l'antico letto di un immenso oceano, oltre due miliardi di anni fa. Ne sentiremo ancora parlare.

El Albani, E. et al. Nature 466, 100-104 (2010).

foto ©El Albani - Mazurier

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Categorie: Geni e biologia, Scienze della terra e dell'atmosfera

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TAGS: vita pluricellulare

21 giugno 2010 - 20:36

Abbiamo un istinto guerrafondaio?

Che l'uomo non fosse l'unico a fare la guerra lo aveva già scoperto Jane Goodall quando, a metà degli anni 70, descrisse le ronde di gruppi di scimpanzé che nel Gombe Stream National Park (Tanzania) pattugliavano il loro territorio e se erano in superiorità numerica assalivano i vicini, anche uccidendoli (malefatte che non sembrano invece accadere nelle società dei più pacifici cugini Bonobo). Goodall-scimpazé

In uno studio che sarà pubblicato domani su "Current Biology" David Watts, dell'Università di Yale, John Mitani (University of Michigan) e altri colleghi sostengono di aver portato la prova definitiva che gli scimpanzé uccidono i loro vicini per conquistarne il territorio.

I ricercatori sono stati testimoni diretti di 18 omicidi (o meglio, scimmicidi) e testimoni indiretti di altri tre durante dieci anni di osservazioni di uno degli ultimi grandi gruppi di scimpanzé che si trovano allo stato selvaggio, una comunità di 150 individui che vive a Ngogo, nel Kibale National Park, al confine occidentale dell'Uganda.

A un certo punto, l'estate scorsa, si sono accorti che il gruppo scimmicida aveva espanso il suo territorio proprio nell'area dove si erano verificati il maggior numero di attacchi fatali (soprattutto a danno di cuccioli). La gang di scimmie aveva allargato i suoi possedimenti del 22 per cento e ora si muoveva, si nutriva e socializzava sulle terre altrui. Secondo i ricercatori questo proverebbe che le uccisioni avvenivano per conquistare nuovi spazi, anche se non escludono completamente che il motivo possa essere anche la competizione sessuale.

Secondo Mitani, però, non è possibile fare un diretto parallelismo tra le guerre degli scimpanzé e quelle degli umani, che avengono per i motivi più svariati. Mitani sostiene che lo studio, invece di dirci qualcosa su un nostro possibile istinto guerriero, ci potrebbe aiutare a spiegare  perché siamo animali così socievoli: "le aggressioni letali sono indicative di un comportamento molto cooperativo: implicano coalizioni di maschi che si battono per conquistare territori e risorse che poi vengono distribuiti a tutto il gruppo".

Jane Goodall, invece,si è più volte detta convinta che gli scimpanzé e la natura umana abbiano un lato oscuro, un istinto guerrafondaio. Ma il fatto che possediamo un'aggressività innata - secondo la grande etologa - non significa che la violenza sia inevitabile".

E voi che cosa ne pensate? Abbiamo un istinto guerrafondaio? Oppure una cultura guerrafondaia?

John C. Mitani , David P. Watts, Sylvia J. Amsler, "Lethal intergroup aggression leads to territorial expansion in wild chimpanzees." Current Biology Volume 20, Issue 12, R507-R508, 22 June 2010

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19 giugno 2010 - 18:58

La vostra opinione conta qualcosa?

Possiamo urlare che non ci importa nulla di quello che dicono gli altri, ma il nostro cervello ci tradisce, mostrando che è un'utopia pensare di potersene infischiare dell'opinione altrui.

Almeno a livello neuronale, l'approvazione degli altri dà molta più soddisfazione della disapprovazione. Chris Frith e altri ricercatori del Centre for neuroimaging dell'Ucl (University college London) in collaborazione con la danese Aarhus University, in uno studio pubblicato ieri su Current Biology hanno mostrato che, nel cervello, l'area del piacere e della gratificazione si attiva solo quando gli altri concordano con noi.Chris frith

Ma c'è di più: i ricercatori ritengono di poter prevedere quanto le persone saranno influenzate dalle opinioni altrui sulla base del livello di attività mostrato nel centro del piacere e della gratificazione.

Lo studio ha coinvolto 28 volontari che si sono lasciati monitorare il cervello con una risonanza magnetica funzionale mentre ascoltavano l'opinione di esperti su canzoni che loro avevano precedentemente valutato. L'area del piacere e della gratificazione si attivava quando il giudizio degli esperti concordava con il loro.

Non solo: la valutazione degli specialisti poteva anche alterare il godimento (ovvero l'attività nel centro del piacere) prodotto nei volontari dall'ascolto delle musica amata, un'alterazione che variava a seconda di quanto disponibile erano la persone a cambiare idea sul brano.

E voi cosa ne pensate? Quanto vi sentite influenzati dalle opinioni altrui? Quanto spesso influenzate gli altri coi vostri giudizi?

 

Campbell-Meiklejohn, DK et al. How the Opinion of Others Affects our Valuation of Objects. Current Biology; 17 Jun 2010

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4 giugno 2010 - 7:23

Si può vivere a impatto zero?

Si può vivere senza nuocere al pianeta? E per di più senza spostarsi da Manhattan? Ecco l’avventura estrema di una normale famiglia newyorkese: una bambina di due anni, un papà fisico e saggista, una mamma giornalista di «Business Week» che ama fare shopping e ingurgitare junk food. Da un giorno all’altro, dal loro appartamento al nono piano sulla quinta strada, decidono di produrre sempre meno danni all’ambiente, cercando di ridurre il loro impatto a zero (uno zero "asintotico", utopico più che reale). No impact man
Li si può osservare passo passo mentre iniziano a eliminare i mezzi di trasporto, l’ascensore, gli acquisti di tutto ciò che non è cibo, l’elettricità, gli imballaggi, la carta igienica, i saponi, gli alimenti non cresciuti localmente, e mentre con i loro scarti nutrono una vivace cassetta di vermi che tengono in salotto (non hanno il balcone).

 No impact man (domenica alle 22 in anteprima italiana al Festival Cinemambiente di Torino) non è un reality comico-demenziale, e neppure un polpettone moralistico-fricchettone che cerca di farci sentire in colpa, è il documentario provocazione di un "liberal afflitto dal rimorso", così si definisce Colin Beavan, che è riuscito a convincere a fatica la sua recalcitrante moglie, Michelle Conlin, a seguire per un anno un esperimento abbastanza radicale al grido di «puoi salvare il pianeta senza fare impazzire la tua famiglia».

Abbiamo raggiunto Beavan con un’ecologica e-mail per capire, una volta finito l’anno verdissimo, quali comportamenti inquinanti abbiano modificato per sempre, e quali invece siano stati ripristinati. «Abbiamo cercato di mantenere quelle azioni che avevano più senso - racconta –. Cerchiamo di mangiare cibo che non contenga veleni impronunciabili, prodotto localmente e da agricoltori di fiducia. Piuttosto che prendere un taxi per andare in palestra a correre su un tapis roulant facciamo esercizio durante il giorno camminando, correndo o pedalando. È ragionevole risparmiare, e dunque cerchiamo di ridurre anche il nostro consumo elettrico». Bocciato perché poco sensato il lavaggio dei vestiti a mano (o meglio, a piedi nella vasca) resosi necessario in seguito all’eliminazione dell’elettricità. «Però dobbiamo lavorare con gli altri affinché i nostri bisogni energetici e di altro tipo siano soddisfatti in modo sostenibile».

The Beavans Beavan rappresenta bene una corrente di ambientalisti moderni, molto urbani e molto concentrati sui comportamenti e sulle scelte personali e quotidiane della gente comune più che sulle politiche nazionali o globali, che si sta facendo strada negli Stati Uniti dopo il fallimento dei progetti dei verdi degli anni 70, e che forse trarrà nuova energia dall’immenso disastro ecologico che si sta consumando in questi giorni nel Golfo del Messico. Prima di Beavan sono nati, per esempio, i «Compacters», gruppo di non-shoppers formatosi nella zona di San Francisco, o i «100 Mile Diet folks», una coppia di Vancouver che per un anno si è nutrita di alimenti prodotti a non più di cento miglia da casa loro. Nella stessa corrente si può far rientrare anche Jonathan Safran Foer, giovane romanziere di successo che nel saggio Se niente importa (Guanda, 2010) ha descritto l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi e le sofferenze degli animali da macello, spiegando così la decisione della sua famiglia di diventare vegetariana.

A chi vorrebbe dare il suo contributo per non danneggiare troppo il pianeta, Beavan consiglia alcuni comportamenti quotidiani ragionevoli e particolarmente efficaci. Innanzitutto smettere di mangiare manzo. «La sua produzione a livello globale ha un impatto maggiore dell’intero settore dei trasporti». Poi dimenticarsi l’acqua imbottigliata: «la fabbricazione di bottiglie di plastica e la privatizzazione dell’acqua potabile è un disastro sociale e ambientale. L’acqua in bottiglia costa di più del gasolio. Inoltre le conseguenze per la salute di bere acqua imbottigliata nella plastica non sono chiare». Beavan suggerisce di osservare un "eco-sabbath": «per un giorno, un pomeriggio o anche un’ora alla settimana non comprare niente, non usare macchine, non accendere alcun elettrodomestico, non cucinare: non usare nessuna risorsa. Dare tregua al pianeta. Se lo si fa per un mese ci si accorgerà che tale pausa migliora la vita».

Colin beavan 2 Utile anche dare al non profit una percentuale fissa del proprio reddito. «Attualmente molti dei nostri sistemi sociali e pensionistici sono legati al consumo, che a sua volta dipende dall’uso delle risorse planetarie – spiega Beavan –. Ma l’idea di comprare cose per aiutare la gente è folle, specialmente se consideriamo che i nostri consumi danneggiamo l’habitat da cui dipendiamo per la salute, la felicità e la sicurezza. Il mio slogan è "Se vuoi veramente aiutare, non fare shopping, aiuta e basta!"». Più ovvio il consiglio di arrivare dove si vuole con le proprie energie: «se ci si impegna a spostarsi a piedi e in bici per alcuni giorni al mese non solo si useranno meno combustibili fossili e si produrranno meno gas serra, ma la salute migliorerà e tutti respireremo meno gas. Una città con pedoni e ciclisti è molto più piacevole di una intasata di auto». Non inquinare deve diventare un impegno: «L’inquinamento è un costo per noi e il pianeta. Non surriscaldare la casa d’inverno fa una grande differenza, ma anche non usare l’asciuga-vestiti, fare la metà dei viaggi ma starci il doppio, riparare gli oggetti invece di ricomprarli…». Viva la vita in comunità: «Organizzare cene con gli amici, cantare, giocare, divertirsi con gli altri costa molto meno al pianeta che divertirsi a spese delle sue risorse». Anche quando si lavora si devono mantenere gli stessi princìpi, prendersi cura del pianeta. Sarebbe auspicabile strappare alla tv un giorno alla settimana per fare qualcosa di ecologico. Conclude Beavan: «Bisogna credere fermamente che lo stile di vita faccia la differenza, a molti livelli: siamo tutti interconnessi. Ogni passo verso un modo di vivere più consapevole delle conseguenze delle nostre azioni è di sostegno agli altri. Siamo i padroni del nostro destino, dunque comportiamoci come tali». Beavan ora si dedica a «No Impact Project», una organizzazione non governativa che aiuta le persone a trovare stili di vita migliori per loro stesse e per il pianeta.

E voi cosa ne pensate? Si può vivere a impatto zero? Siete daccordo con Beavan? Quali comportamenti sareste disponibili a modificare?

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