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Conclusioni: Dimentichiamo molto più di quanto ricordiamo?

Ecco una domanda difficilissima, come quasi tutte quelle che riguardano la memoria. Si sa ancora pochissimo di come funzioni questa facoltà per noi fondamentale, che è presente, in modi differenti, anche negli animali più semplici.

Il primo problema è quello posto da Angela: che cosa ricordiamo? Non tutto ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo, viene ricordato. Il cervello fa una prima selezione, almeno in parte, inconscia.

Infatti non è necessario memorizzare tutto ciò che vediamo, e alcune informazioni è sufficiente ricordarle solo per un breve periodo di tempo. Il nostro cervello, che ha una capacità di memorizzazione decisamente inferiore alle memorie digitali di oggi, ha però un'abilità sorprendente, ineguagliata dalle macchine: quella di selezionare le cose più significative da tenere a mente. La possibilità di ricordare solo le informazioni importanti alla sopravvivenza, è stata chiaramente un vantaggio evolutivo. In particolare, uno studio pubblicato su «Nature» il 24-11-2005 mostra che le persone capaci di dimenticare le cose irrilevanti, riescono anche a ricordare meglio quelle importanti. Almeno per quanto riguarda la memoria a breve termine.

E qui emerge il secondo problema: quanto di ciò che ricordiamo persiste nel tempo?

Lo studio che abbiamo citato mostra che per fare spazio a nuovi ricordi vengono cancellati e poi spostati quelli vecchi, in una zona di immagazzinamento a lungo termine.  Non tutta la memoria, infatti, è uguale. Le grandi suddivisioni sono due: a breve o a lungo termine. La prima trattiene per un breve periodo (minuti) una quantità limitata di informazioni che in seguito possono diventare irrilevanti. Serve per organizzare le operazioni da compiere a breve distanza di tempo. È a sua volta suddivisa in verbale (quella che usiamo, ad esempio, quando componiamo un numero di telefono dietro indicazione di qualcuno); esecutiva centrale (come quella che serve per fare la conversione da euro a lire) e spaziale, usata per esempio nel percorrere un nuovo tragitto in città. La seconda, quella a lungo termine, preserva le informazioni per un tempo che varia da qualche ora a tutta la vita. Può essere dichiarativa – riguarda cioè le conoscenze che vengono richiamate consapevolmente, per esempio la capacità di ricordare nozioni imparate a scuola, avvenimenti dell'infanzia – o non dichiarativa. Quest'ultima trattiene informazioni apprese di tipo percettivo o motorio che vengono richiamate quando ci si ritrova a compiere l'azione, attraverso un processo che non implica uno sforzo volontario di ricordare. È per esempio quella che ci consente di guidare l'automobile o di andare in bicicletta anche dopo che è passato tanto tempo dall'ultima volta.

Dimenticare, del resto  è una necessità: è l’oblio che dà vita al ricordo, che fa spazio alla possibilità di immagazzinare nuove informazioni. Alcuni ricercatori cercano modi per far dimenticare i ricordi più atroci, o almeno per modificarli. Interessanti, in questo senso, diverse ricerche uscite di recente sullo stress post traumatico o l’esperimento di Karim Nader della New York university: interrompendo una sola volta, grazie a una sostanza chimica, il processo di recupero di un ricordo in alcuni topi, è riuscito a cancellare completamente la memoria dell'evento. Ha mostrato cioè che la memoria è un processo incessante, non un deposito di informazioni inerti. Il ricordo è plastico, e l'atto di richiamarlo lo modifica: proprio come sostiene Proust.

In conclusione: sappiamo di non aver risposto. Ma di aver indagato, più in profondità e con un angolo di visuale un po’ insolito, un argomento è per noi affascinante. Speriamo di avere incuriosito anche voi. Nuovi studi in questo campo sono sempre più frequenti. Ci proponiamo di occuparci della memoria molte altre volte in questa rubrica. La scienza evolve, non resta che seguirla.

P.S.

– Sulla perdita e il recupero dei ricordi, consigliamo di leggere l’agevole capitolo dedicato a Proust nel delizioso saggio Proust era un neuroscienziato” di Jonah Lehrer (Codice, Torino, pagg. 205, euro 22)

– Un grande sforzo nel cercare di spiegare in maniera semplice quel che oggi si sa sulla memoria lo ha fatto anche Jean-Didier Vincent nel suo recente:

Viaggio straordinario al centro del cervello (Ponte Alle Grazie, Milano, pagg. 520, euro 22).

– La corretta osservazione di Allemanda, sul fatto che i ricordi legati alle emozioni sono più facili da recuperare, ci porta indietro nel tempo. Infatti negli ultimi secoli poco è cambiato nei metodi per cercare di potenziare la memoria, metodi conosciuti come «mnemotecniche». Già Cicerone aveva individuato delle strategie per tenere a mente tutto ciò di cui aveva bisogno nelle sue lunghissime "orationes". Durante il rinascimento queste tecniche furono ulteriormente perfezionate e tutt'oggi si basano su pochi principi.

  • Il primo è cercare di associare ai ricordi stimoli sensoriali, per esempio immagini o anche suoni (per esempio ripetere ad alta voce).
  • Il secondo riguarda la creazione di emozioni anche se non ci sono. Tanto più creative, assurde e buffe saranno le nostre immagini mentali tanto più facile sarà generare un emozione in grado di rafforzare la permanenza delle informazioni nella nostra memoria.
  • Il terzo è l'associazione. Tramite il metodo associativo ognuno di noi riesce a ottenere uno "sgravio" di fatica, poiché è molto più facile associare un'informazione nuova a una vecchia, già solidamente memorizzata, che non creare una rete di ricordi ex novo. Cicerone 

aveva codificato una tecnica, denominata tecnica dei Loci, che gli permetteva di memorizzare una grande serie di informazioni, collegando ognuna di esse a un luogo, o un elemento di un percorso, perfettamente noto e stabile nei ricordi.