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Il vostro cane vi ama?

Non possiamo sentire cosa prova un colibrì di fronte a una campanula, né un cane davanti a un amico morto, o una tartaruga quando si crogiola al sole. Sappiamo però che ci sono animali che fanno funerali, altri che sono stati osservati seppellire i loro morti, sappiamo che i cani ridono, gli scimpanzé piangono, i cavalli hanno il senso dell’umorismo, i topi sono empatici e grandi amanti del divertimento, mentre i pesci possono essere afflitti e spaventati, e sono pure capaci di astuzia e inganno.

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«Gli animali, almeno quelli con un cervello ragionevolmente sviluppato hanno vivide e distinte personalità, menti capaci di alcuni tipi di pensieri razionali e, soprattutto, sentimenti», scrive la grande etologa Jane Goodall, nella prefazione a La vita emozionale degli animali, in libreria da mercoledì prossimo (premessa di Jane Goodall e prefazione di Danilo Mainardi, Alberto Perdisa editore, Bologna, pagg. XXVI, 224, 18.00 euro). Quali emozioni e sentimenti abbiano le altre specie, e soprattutto perché li abbiano sviluppati, ce lo spiega l’autore del saggio, Marc Bekoff, professore emerito di biologia all’università del Colorado, studioso, da oltre trent’anni di «passioni animali e bestiali virtù» e cofondatore, insieme a Goodall, di Ethologists for the ethical treatement of animals.

Vi siete mai chiesti se una balena può ringraziare? O perché i gorilla facciano veglie funebri, o ancora come sia possibile l’amicizia tra specie diversissime, per esempio tra il serpente Aochan e il criceto nano Gohan, ovvero il pasto che gli avevano servito allo zoo Mutsugoto Okoku di Tokyo?

Aochan amico di Gohan

Queste sono il tipo di domande che si pone l’«etologia cognitiva»: studia la mente degli animali con un approccio comparativo, evoluzionistico ed ecologico; si interessa a cosa gli animali pensano e a cosa provano; a cosa servono le emozioni, vero e proprio collante sociale. Tanto che per le specie molto sociali si pensa oggi che il concetto di "sopravvivenza del più forte" vada molto ridimensionato a favore della cooperazione: sono gli individui più simpatetici ad aver più successo riproduttivo. Un campo, quello dell’etologia, che negli ultimi trent’anni è molto cambiato. Infatti, sebbene già Charles Darwin attribuì sentimenti ed emozioni agli altri animali, come il piacere e il dispiacere, la gioia e l’infelicità, la rabbia e il disgusto, per molto tempo si continuò a considerare personalità, mente ed emozioni come attributi unicamente umani.
Cavallo

«Quando ero agli inizi dei miei studi – racconta Bekoff – i ricercatori erano per la gran parte ancora molto scettici all’idea di spendere tempo a domandarsi se cani, gatti, scimpanzé o altri animali provassero qualsiasi cosa. Finché i sentimenti non finivano sotto la lente del microscopio, questi scienziati solitamente non se ne occupavano affatto e io sono ben lieto di non essere stato il loro cane!». Ancora oggi ci sono ricercatori, come Daniel Gilbert, che sono convinti che l’uomo sia l’unico animale che pensa al futuro, o altri, come Gerald Hünter che crede l’empatia un attributo esclusivo della nostra specie. Eppure le scimmie decidono di non impegnarsi in un esperimento, se pensano che falliranno, e l’empatia è stata mostrata persino tra specie differenti.

Soffrire come pesci…

A chi non è tanto convinto dei sentimenti del suo pesce rosso, l’etologo americano spiega che i mammiferi condividono con noi un gran numero di espressioni facciali, che ci permettono, in genere, di dedurre cosa una scimmia stia provando, mentre altri animali, come rettili, pesci e uccelli sono privi di mimica facciale: è dunque difficile interpretare le loro emozioni, sebbene dati convincenti derivati da studi comportamentali e neurobiologici mostrano che anche i pesci sono esseri consci, intelligenti e senzienti, in grado di esprimere preferenze, e non sono meramente una classe di proteine nella dieta.

Volperossa

Per mostrare ciò che chiunque abbia un cane già sa, ovvero che gli animali provano emozioni e sentimenti, e perché, Bekoff punta la sua narrazione soprattutto sui dati comportamentali e sul racconto aneddotico, intessuto però con la descrizione sintetica (ma dettagliata nella bibliografia) degli ultimi studi delle neuroscienze sociali, ma anche di farmacologia, biochimica o genetica. Un libro dunque di facilissima lettura (peccato per i tanti refusi) che col buon senso esprime idee rivoluzionarie. Che, per esempio, la moralità potrebbe essere una strategia adattativa delle specie sociali, una necessità biologica che condividiamo con molti altri animali. Ma la tesi più forte del libro è un’altra: «Non siamo gli unici a con menti capaci di risolvere problemi, capaci di amare e odiare, gioire e rattristarsi, provare paura e disperare. In altre parole: non c’è una lineare retta tra l’animale uomo e il resto del regno animale». E dunque dobbiamo iniziare a fare i conti con la nostra coscienza, con l’etica, perché «la paura in una scimmia, un cane, un maiale, viene vissuta verosimilmente alla stessa maniera della specie umana».

Tantopiù che Bekoff riporta un intrigante, e per ora inquietante, ipotesi formulata da Donald Broom, professore a Cambridge (Regno Unito), che ritiene che sia possibile che animali con un cervello meno complesso, come ad esempio i pesci, non possano gestire il dolore altrettanto effiacemente degli animali con intelligenze più complesse, e dunque con una maggiore varietà di risposte, un comprtamento più felssibile nell’affrontare le situazioni avverse. A causa di ciò i pesci soffrirebbero di più.

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Spirituali scimpanzé

Commuove, l’etologo americano, quando racconta le sofferenze delle bestie da laboratorio o da allevamento; ci coinvolge nella gioia contagiosa dimostrata dai lupi quando si riuniscono, galoppando l’uno attorno all’altro, guaendo e ridendo, scodinzolando, leccandosi il muso con piroette festose; ci ammalia, con le descrizioni dello struggimento dei delfini per un figlio morto, dei riti funebri delle volpi rosse o del requiem ragliato degli asini che piangono un compagno. E poi ci e lascia a bocca aperta, con il fascino che gli amletici elefanti mostrano verso la nascita e la morte, con la loro capacità di distinguere i teschi di altri elefanti, e con la loro preferenza nell’esaminare questi piuttosto che quelli di bufali o rinoceronti.

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O con le danze degli scimpanzé di fronte alle cascate: alcune volte, solitamente un maschio adutlo, inizia a danzare verso una cascata in stato di totale abbandono. Jane Goodall, che si domanda se queste danze siano indicative di un comportamento di tipo religioso, descrive una di queste scimmie mentre procede verso la cascata coni peli della testa ritti, come segno di un crescendo di eccitazione: «mentre si avvicina il frastuono si fa più forte, il suo passo si sveltisce, i peli della testa si sollevano del tutto e nel giungere nell’acqua è capace di inscenare una coreografia. Sollevandosi eretto oscilla ritmicamente da un piede all’altro, pestando l’acqua e chinandosi per affermare grosse pietre che scaglierà lontano». Talvolta gli scimpanzé danzano nel preludio di grandi pioggie o durante violente tempeste di vento.

Un libro importante, scrive Danilo Mainardi nella prefazione, che tutti dovrebbero leggere. Soprattutto, aggiungiamo noi, coloro che non amano gli animali, o che credono di amarli.
E voi cosa ne pensate? Fino a che punto arrivano le emozioni e i sentimenti degli altri animali? Le passioni bestiali?

Gli animali hanno emozioni e sentimenti?

Raccontante quel che pensate, o le vostre esperienze, cliccando qui sotto sulla scritta "Commenti"

 

P.S. Ecco due video appena pubblicati su Current Biology su come gli scimpanzé affrontano la morte: gli scimpanzé soffrono come… uomini!

Nel primo gli amici e parenti vegliano e tengono la mano a Pansy, femmina cinquantenne morta nel Regno Unito, nel Blair Drummond Safari Park. Racconta lo psicologo scozzese James Anderson, dell'università di Stirling, che li ha osservati: "Nei giorni che hanno preceduto il decesso di Pansy, le altre scimmie si sono dimostrate molto attente a lei, le erano sempre accanto e le facevano la toilette. Hanno persino cambiato le loro abitudini per dormire la notte al suo fianco  come al capezzale di un malato in fase terminale".   "Al momento della morte – continua Anderson – hanno prima verificato i segni vitali di Pansy: l'hanno scossa, hanno ispezionato il volto e le hanno sollevato la testa. Poi, dopo qualche minuto, era come se fossero arrivati alla decisione collettiva che fosse morta". Nei giorni successivi tutti i membri del gruppo hanno mostrato un comportamento molto più contenuto del solito. Anche nell'alimentazione". 

Nel secondo si vede la strana interazione tra un cucciolo che gioca con il corpo mummificato di un altro cuccuiolo: la madre del cucciolo vivo si scosta come infastidita quando questo la tocca con il cadavere, mentre la madre del cucciolo morto, che lo ha cullato per 68 giorni dopo il decesso, a un certo punto riprende il corpo di suo figlio e cerca di caricarselo in spalla.  Questo video è il frutto di uno studio, condotto da scienziati della Oxford University, che ha osservato due madri scimpanzé allo stato selvaggio in Guinea: le due non si sono separate dai corpi dei figli morti per diverse settimane. " 

 

  • Luigi |

    Mi ha fatto sbocciare qualche milione di sinapsi.. Grazie!

  • Osacar Amalfitano |

    Stupendo l’articolo!
    (ma li scegli tu i tag?)

  • marzia |

    in fondo..sembra tutto semplicemente così..naturale..
    comunque, davvero molto interessante!

  • Francesco |

    Cara Lara,
    ti dico solo perché a mio avviso gli stimoli aperti da questo articolo hanno un potenziale pedagogico enorme. Intanto rappresenta un buon modello di educazione alla pluralità (se vogliamo al pluralismo inteso come la semplice accettazione della possibilità dell’ALTRO…), il che costituisce uno degli obiettivi più importanti (e al conseguimento del quale la scuola italiana al momento è piuttosto insufficiente) dell’Educazione tout court! Questo è in sintesi il pregio più grande, e in realtà se ne potrebbe discutere ancora diffusamente e dettagliatamente, per le serie implicazioni sociali. In più conoscere e scoprire diverse dimensioni della natura degli esseri viventi non solo cambia il modo (umano) di considerare gli animali, ma porta l’uomo a tornare a riflettere nuovamente su sé stesso.
    A me è venuta anche in mente la canzone ‘Stagnola’ di ‘Le luci della centrale elettrica’, di tutt’altro argomento, certo, comunque dal senso provocatorio, deciso cioè a ribaltare il punto di vista è l’atteggiamento di chi cioè, per comprendere, sceglie di cambiare prospettiva e di mettersi nei panni dell’altro:
    “…che non capisci gli incubi dei pesci rossi
    e non capisci gli incubi dei pesci rossi…”.
    Insomma: grazie per l’articolo. Resto sintonizzato!
    Francesco

  • maria |

    E’ un articolo bellissimo che ci fa mettere in prospettiva il nostro senso morale e emozionale. grazie!

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