La ferocia ha il volto tumefatto dei padri

 

Un bambino di nove anni viene svegliato dal nonno: la mucca sta per partorire. È molto curioso di quell’animale magnifico che non aveva mai visto, lui che vive in Finlandia, dove la sua famiglia si è rifugiata poco prima dell’inizio della guerra del Kosovo. Sono tornati solo quell’estate, nonostante i rischi. E quando il ragazzino ha saputo che la mucca avrebbe presto dato alla luce un cucciolo, ha supplicato il nonno di assistere.

Così ora attraversa il buio e lo segue nella stalla, dove l’animale sofferente sente l’uomo infilare il braccio nel suo ventre, e tra i suoi gemiti estrarre il vitellino. Il bambino stupefatto lo osserva a terra, avvolto da sangue, altri liquidi e membrane, e subito sente il vecchio esplodere di rabbia: s’è reso conto che il neonato ha solo tre zampe. Lo riempie di calci e si scaglia contro la madre, che picchia e frusta selvaggiamente, mentre insulta chi aveva fornito loro il toro. Infila poi la porta con il cucciolo buttato sulla spalla, inseguito dai muggiti disperati della mucca: quando lo vede allontanarsi «si mette a fremere e a nitrire come un animale completamente diverso». Tace, poi, un minuto dopo, quando la testa del suo piccolo deforme rotola per terra, tranciata da un colpo d’ascia.

«La scena mi torna in mente nel supermercato davanti allo scaffale delle caramelle, e decido di uccidermi» confessa l’ex-ragazzino ormai trentenne, protagonista e allucinata voce narrante di La mucca partorisce di notte, ultimo romanzo del talentuosissimo scrittore kosovaro Pajtim Statovci, già autore di Gli invisibili, racconto parallelo di una catabasi – dello sprofondare di un uomo nella violenza, inflitta e subita della guerra del Kosovo – e di un’ascensione, di un innamoramento: storia tragica di due ragazzi, uno serbo e uno albanese, sullo sfondo dell’odio etnico, religioso, omofobo che permea il Paese e che loro stessi hanno interiorizzato, incapaci di amarsi e di amare, eppure innamoratissimi.

Anche in La mucca partorisce di notte, Statovci narra quel conflitto fratricida, il soccombere dell’amore alla violenza e all’odio, il vortice autofago del trauma, buco nero che sta risucchiando interi Paesi, ma qui l’indagine diventa ancor più essenziale, esistenziale, universale. E se possibile ancora più sideralmente disperata.

Il protagonista, di cui non sappiamo nemmeno il nome, alterna il racconto della sua infanzia con quello del presente, entrambi tra Finlandia e Kosovo. Diviso tra la brutalità di una società arcaica di uomini feroci – che sanno reagire solo con la violenza alla realtà della vita, alla sfortuna, a un passato di «umiliazione e disonore», uomini che rispondono con la vendetta al dolore, con l’annichilamento di sé stessi e degli altri alla vergogna, «il sentimento più devastante» – e la brutalità di un Paese dove la violenza è più sottile, ha la forma del disprezzo, del razzismo, del senso di malcelata superiorità di chi accoglie i profughi ma in fondo non crede sia un dovere di chi si dice umano, ma generosità.

Un racconto tanto spietato quanto onesto e spiazzante. «L’amarezza e la possibilità della vendetta sono ciò che alimenta la speranza, e noi non avanziamo verso un bel niente, ci aggiriamo soltanto nelle discariche del nostro passato, fino alla morte», affermerà il protagonista, che dirà anche: «è difficile fare del bene e essere buoni quando si crede, o meglio si sa, che il male peggiore, che il peggiore di tutti, sono io».

Narratore eccezionale, pessimista disperato ma non diremmo cosmico, perché pieno di rispetto per l’innocenza, la sensibilità e la tenerezza di bambini e altri animali, Statovci firma un altro libro radicale sull’impossibilità del perdono e sulla follia della vendetta.

Sul male, che quando arriva «lascia cadere intorno a noi i suoi semini neri da cui spuntano lentamente i fiori della violenza e della gelosia e dell’invidia e della pigrizia e del tradimento e dell’avidità e dell’orgoglio smisurato». Un libro dove solo la pazzia riesce a tenere testa alla pazzia. Dove la ferocia ha il volto tumefatto dei padri e le madri sono vittime ma anche colpevoli. Anche loro, qui, pur di non rinnegare i padri, sacrificano i figli.

E così, quando il protagonista torna a casa del nonno dopo anni e anni di guerra, poco è cambiato. Solo la mucca, simbolo dell’amore possibile, atteso, necessario, non c’è più. La immagina fuggire nei boschi sola, senza l’uomo di cui ha bisogno per essere nutrita e abbeverata, «sola nella notte, in una foresta sconosciuta dove si ferisce e si scontra con orsi e lupi e cerca disperatamente qualcosa da mangiare e da bere, per giorni, settimane, per mesi e anni, vive senza voglia di vivere, finché un giorno non ha più le forze e si sdraia in un luogo appartato e protetto sapendo che sta per chiudere gli occhi per l’ultima volta – e di tutte le immagini della guerra questa è di gran lunga la più crudele». Poco è cambiato, ma non resta più nulla.
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Pajtim Statovci
La mucca partorisce di notte
Traduzione di Nicola Rainò
Sellerio, pagg. 264, € 17