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Si potevano prevedere le rivoluzioni nel mondo musulmano?

Emmanuel_Todd (copyright Xavier Malafosse)
La rivolta che è partita dalla Tunisia per infiammare poi il mondo musulmano non era prevedibile, si sente ossessivamente ripetere in questi giorni. Non è vero. Ciò che sarebbe accaduto era spiegato nel saggio L'incontro delle civiltà, che lo storico e demografo francese Emmanuel Todd scrisse nel 2007 con Youssef Courbage (Marco Tropea editore, pagg. 155, euro 14,90). Todd già aveva anticipato l’implosione dell’URSS nel 1976, notando che il tasso di mortalità infantile dalla fine degli anni 60 aveva cominciato a risalire, e l’attuale crisi finanziaria nel 2002, osservando che i servizi finanziari, le assicurazioni, l’immobiliare crescevano due volte più velocemente dell’industria, mentre il debito montante mostrava una disconnessione con la realtà.

In L’incontro delle civiltà Todd affermava, contrariamente all’opinione corrente, che nel mondo musulmano era in corso una profonda e radicale modernizzazione. Una transizione destinata a rivoluzionare le strutture famigliari, i rapporti di autorità, i riferimenti ideologici. Non si andava dunque verso uno scontro di civiltà, era prossimo l’incontro. Lo raggiungiamo al telefono, entusiasmato dal momento storico che si sta dispiegando, e intento a riesaminare le informazioni in suo possesso.

Quali sono gli elementi che vi permisero di arrivare a questa lungimirante conclusione?

Sono gli indicatori classici dell’analisi culturale. Il primo indicatore è il tasso di alfabetizzazione, con particolare attenzione ai giovani di 20-24 anni. Il secondo è il tasso di fecondità, che mostra il controllo che la gente ha sul proprio destino. Nel 2007 il tasso di alfabetizzazione nel mondo arabo stava aumentando con grande velocità. E, salvo qualche eccezione, la capacità di leggere e scrivere si era diffusa quasi universalmente nei giovani. Inoltre il tasso di fecondità aveva cominciato a diminuire drasticamente, seppure con variazioni regionali. È interessante osservare che il paese arabo che aveva il più basso tasso di fecondità – due figli per donna nel 2007 – era proprio la Tunisia. È un’analisi semplice, ma è considerata originale perché adesso la gente è ossessionata dai parametri economici, pensa che l’importante per valutare l’evoluzione di una società siano indicatori come il Prodotto interno lordo o gli scambi commerciali, mentre sono i dati che io uso a permettere di evidenziare un cambiamento di mentalità nella popolazione.

Perché questo movimento inedito di rivolta sociale e politica è avvenuto ora? E perché in questi paesi?

 Quando, nel 2007, lavoravo al libro con Courbage analizzando questi indicatori, notavamo che in parte del mondo musulmano vi era un tasso molto alto di alfabetizzazione e un tasso di fecondità molto basso. La modernità era dunque già lì. In tale contesto l’assenza di modernità politica e di aspirazioni verso la democrazia risultava assai bizzarra. Innanzitutto per la Tunisia, che era così avanzata: era strano che il regime di Ben Ali fosse in grado di perpetrarsi. Spiegammo perciò questo blocco temporaneo attraverso qualcosa di molto specifico del mondo arabo, che è la struttura familiare. C’è una preferenza per i matrimoni tra cugini, un fenomeno chiamato “endogamia”. Nel mondo arabo centrale, per esempio in Arabia Saudita, Siria, Giordania, il 35% dei matrimoni è tra cugini di primo grado. Con Courbage ipotizzammo che l’endogamia fosse un freno alla modernizzazione politica: i gruppi familiari sono chiusi su loro stessi e gli individui ne sono prigionieri. Tale struttura famigliare impedisce l’emergere di un individuo politico attivo e libero.

Ma ciò che non avevamo valutato a sufficienza erano le differenze tra le varie classi di età: l’endogamia in Tunisia aveva cominciato a decrescere a gran velocità tra i giovani.

Copyright Lara Ricci
Perché la rivolta è avvenuta ora? Perché c’è stata questa ulteriore evoluzione. Il caso dell’Egitto è un po’ differente. Il tasso di alfabetizzazione era un po’ meno elevato che in Tunisia, quello di fecondità un po’ più elevato, ma il tasso di endogamia era nettamente minore ed era precipitato negli ultimi anni al 15%. Possiamo evidenziare alcune specificità che spiegano perché la rivoluzione è iniziata in alcuni paesi piuttosto che in altri. La Tunisia era la più avanzata dal punto di vista demografico, 2 figli per donna nel 2007, l’Egitto, il paese più popolato del mondo arabo, aveva una bassa endogamia. In più c’è stato un effetto contagio. Ogni paese andrebbe esaminato nel dettaglio. Per esempio, alla luce degli indicatori, quel che sta accadendo in Yemen non sembra avere lo stesso significato. La fecondità è scesa, ma secondo le statistiche dell’Onu nel periodo 2005-2010, è ancora a 5,5 figli per donna, sotto tale aspetto è il paese più in ritardo del mondo arabo. 

Quali sono gli altri paesi dove è più probabile aspettarsi la rivolta?

Bisogna guardare con estrema attenzione a quel che accadrà in Algeria e Marocco, perché in entrambi i paesi la fecondità è a 2,4 figli per donna e, al pari della Tunisia, sono due paesi parzialmente francofoni dove l’effetto di diffusione dei valori liberali francesi è importante. Al contrario la Siria, dove non accadono molte cose al momento, è un paese che ha il tasso di alfabetizzazione più alto del mondo arabo, ma questo non è sufficiente perché il tasso di fecondità è di 3,3 figli per donna, e soprattutto il livello di endogamia è piuttosto elevato. La Libia è ancora un caso particolare, molto difficile da analizzare, perché i dati disponibili non sono di buona qualità, non abbiamo informazioni sul tasso di endogamia, e c’è un’eterogeneità di popolazione. Ma ciò che sappiamo è che la transizione demografica è di una rapidità stupefacente: nel periodo 1980-85 il numero di figli per donna era 7, nel 2005-10 è crollato a 2,7. Un tasso molto vicino al Maghreb parzialmente francofono. In Libia c’è un criterio supplementare, quello delle rendite petrolifere, che permette all’apparato repressivo statale di sottrarsi al controllo della popolazione. Ciò che sta accadendo nel mondo arabo comincia a ricordarmi quel che accadde in Europa nel 1848, la Primavera dei popoli. Una rivoluzione che iniziò a Parigi, si diffuse alla Prussia, all’Austria, all’Italia, e  in alcuni paesi più o meno riuscì, mentre in altri fallì completamente. Ci sono talmente tanti avvenimenti importanti che accadono nello stesso momento! Ho l’impressione di esserne sommerso, bisogna far tutte le analisi contemporaneamente, ho l’impressione di vivere un momento storico stupefacente. Il caso della Libia è quello che mi sorprende, perché è l’esempio di paese petrolifero, dove l’apparato statale ha risorse importanti che permettevano l’esistenza di un apparato repressivo completamente indipendente dalla popolazione eppure il regime libico è sull’orlo di crollare. È molto importante dal punto di vista geopolitico, perché suggerisce che la stessa cosa potrebbe accadere in Arabia Saudita, dove i cambiamenti del tasso di fecondità sono paragonabili a quelli libici: sono passati da 7 figli nell’80-85 a 3,2 nel 2010-05. A mio parere in questi giorni i dirigenti sauditi devono essere terrorizzati, e gli americani anche. Come storico, sono sensibile all’importanza del momento storico e mi entusiasmo a ogni successivo avvenimento.

Possiamo prevedere quel che accadrà? Ci dobbiamo aspettare una spinta conservatrice o un’evoluzione democratica?

 Io non posso. La comparazione si fa con la storia, con quel che è accaduto in altri paesi. Perché questo processo di modernizzazione ha avuto luogo ovunque in epoche differenti. Ora è momento del mondo arabo, nel futuro sarà il turno del resto dell’Africa, e nel passato è stata la volta del resto del mondo. Bisogna guardare al succedersi di alfabetizzazione e rivoluzione. Prediamo l’esempio della Francia, che è stata l’iniziatrice di questo processo: il tasso di alfabetizzazione dei contadini del bacino parigino ha oltrepassato il 50% nella seconda metà del diciottesimo secolo e poi c’è stata la rivoluzione. Poi la fecondità ha cominciato a scendere, è stata ristabilita la monarchia, ci sono state altre rivoluzioni, il regime autoritario di Napoleone III, poi la terza repubblica, che era l’erede della rivoluzione, si è stabilizzata un secolo dopo gli avvenimenti del 1789. Ciò che rende gli avvenimenti più complicati nel caso del mondo arabo è un fenomeno di accelerazione nel tempo, di compressione delle evoluzioni culturali: tutto avviene molto più tardi, ma molto più velocemente. Il processo di alfabetizzazione ha avuto luogo in qualche decina d’anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a una velocità molto maggiore di ciò che avvenne in Europa. Poi il calo della fecondità ha seguito molto rapidamente. Il mondo arabo è in ritardo, ma c’è anche un’accelerazione della storia. Per me è impossibile dire se vedremo subito delle democrazie che funzionano correttamente o se vedremo un ritorno di regimi autoritari temporanei. Tuttavia ciò che posso affermare è che qualunque sia la forma del regime politico, e anche se vedessimo il ritorno di regimi autoritari, la natura della vita sociale resterà trasformata, l’emergenza di un temperamento individualista, più liberale, questa è una conquista definitiva. Non si può immaginare che si possa tornare indietro. Ma restano molte incognite, in alcuni paesi vi sarà una componente religiosa islamica, in altri no. Penso che ci vorrebbe molta audacia, o temerarietà, per pretendere di dire, paese per paese, ciò che accadrà. 

Quale sarà l’impatto di questa rivolta sull’Unione Europea?

Questi avvenimenti prendono in contropiede tutti i discorsi sul conflitto di civiltà. Ci sono importanti comunità musulmane in tutti i paesi europei, e ciò che stava per accadere – prima di questa rivoluzione – era l’utilizzo dei musulmani come capri espiatori per coprire le difficoltà economiche dell’Europa nella globalizzazione. Per giustificare questi discorsi islamofobi, si usava l’idea che i paesi arabi o musulmani erano incapaci di modernizzarsi. Ciò che sta accadendo è dunque terribile per tutti i gruppi europei di estrema destra. Inoltre questi avvenimenti riaprono la questione dell’universalità della democrazia. Quale sarà l’effetto sulla Cina, un paese che si è modernizzato sotto una dittatura comunista. C’era un certo numero di paesi dove si diceva che l’aspirazione democratica non era possibile. Ora tutto diviene possibile, bisogna osservare caso per caso. In generale, le conseguenze geopolitiche di questa rivolta. sono molto vaste. Se in Egitto vedremo emergere un regime democratico stabile, o una forma intermedia più liberale, non penso assolutamente che questo potrebbe portare a una guerra contro Israele. Ma l’esistenza della striscia di Gaza non sarà più possibile, perché le frontiere dell’Egitto non saranno più chiuse. In generale tutto sarà perturbato, perché una buona parte del gioco geopolitico in Medio Oriente è fondato sull’idea che il mondo arabo era incapace di democratizzarsi.

 

Cambierà il ruolo geopolitico della Turchia?

 

Il rapporto tra Turchia e mondo arabo è molto complicato. I turchi sono musulmani, ma l’impero ottomano ha dominato il mondo arabo e la Turchia è un paese dove la democrazia è arrivata a una maturità grazie all’islamismo moderato, che con grande consapevolezza sì è paragonato ai democrazia cristiana tedesca. La Turchia ha un modello economico che attualmente funziona bene e può divenire un punto di riferimento, in particolare per l’Egitto, perché è un paese musulmano con un tasso di endogamia molto basso: 15%. L’Iran, in un modo differente, è pure molto importante. Non l’abbiamo detto, ma la prima rivoluzione del mondo musulmano è stata quella islamica khomeinista del 1979. Allora in Iran il tasso di alfabetizzazione dei giovani adulti aveva superato il 50% e c’è stato un ciclo rivoluzionario che ricordava molto la rivoluzione francese o quella russa, dove la fecondità si è abbassata dopo la rivoluzione: nel 2005 era di 2 figli per donna, come in Tunisia. C’era un tasso di endogamia che era solo del 25% e lo sciismo è stato un acceleratore della rivoluzione. Ora tutto il mondo parla del fatto che le rivoluzioni del mondo arabo potranno avere un impatto sul regime autoritario iraniano. Non è sbagliato, l’aspirazione liberale è un fenomeno molto generale, che può oltrepassare le frontiere, ma bisogna anche ricordare che l’Iran è un paese molto avanti rispetto al mondo arabo, ha fatto una vera rivoluzione nel 1979 ed è nella fase del “contraccolpo” e delle imperfezioni dell’emergenza democratica, una fase che può corrispondere a quel che abbiamo visto all’inizio del diciannovesimo secolo in Francia. La situazione è un po’ complicata dalle minacce americane che irrigidiscono il regime, ma nella sequenza delle rivoluzioni del mondo musulmano, il primo paese rivoluzionario, ben prima della Tunisia o dell’Egitto, è stato l’Iran.  

E voi che cosa ne pensate? Gli indicatori demografici sono sufficienti a spiegare quel che sta avvenendo nel mondo arabo e musulmano? Inviatemi il vostro commento!

  • Fabio |

    Se si parla di paesi con religione islamica si parla di 47 paesi che formano una cintura del globo che va dal Marocco alle Filippine. Ebbene in nessuno di questi c’è la democrazia, come in nessuna nazione dell’Africa e dell’Asia (tranne il Giappone). La Turchia è un’eccezione forse perchè è un pò europea (ma ancora vige una pseudo-democrazia). L’Iran ha rappresentato una rivoluzione in peggio. Alla base dell’anormalità dei musulmani ci sono questi punti:
    1) la fissazione del prenotare le future spose ancora bambine e la mancanza di emancipazione della donna;
    2) il matrimonio tra consanguinei senza alcun controllo demografico e paternità responsabile;
    3) la struttura tribale dello stato;
    4) la convinzione già intratribale che gli uomini non sono uguali;
    5) una religione profondamente incompatibile con la modernità e la democrazia;
    6) il fatto che si impara a leggere con il Corano (essere istruiti in questo modo peggiora la situazione);
    7) la convinzione che il libro sacro può ancora rappresentare l’unica legge;
    8) la religione pervade questi paesi peggio di come era da noi nel medioevo;
    9) non si sa se è presente nel loro vocabolario la parola laicità;
    10) l’economia basata troppo sul petrolio che alla sua fine (stimata per il 2025), presenterà il conto a questi paesi scaraventandoli di nuovo nel medioevo da dove sono venuti!

  • Dario |

    Amo Todd perché inserisce una scienza, la demografia, che raramente forma parte del dibattito. L’economicismo o la lettura “democratica” tendono a ridurre l’importanza della demografia. Gli indicatori demografici (e le basi antropologiche delle società) sono importanti, ma il tutto dipende in misura più o meno rilevante anche da aspetti economici. Il benessere materiale e soprattutto il suo “trend” futuro percepito sono motori potenti. Personalmente do poca importanza a tutti quegli aspetti che fanno parte del concetto occidentale-statunitense di democrazia.

  • Paolo S |

    Si potevano prevedere le rivoluzioni nel mondo musulmano, considerando i fattori che le hanno scatenate: prezzo del pane e dei generi alimentari in aumento (i giochi finanziari speculativi alla borsa di Chicago, stanno influendo sul mondo in modo drammatico), mancanza di lavoro (molti giovani anche laureati, non hanno possibilità di lavorare), la situazione degli agricoltori dei paesi musulmani (sono sempre più poveri e non hanno la possibilità di migliorare la loro vita e dei loro figli), la crisi economica che non è ancora finita (non è gestita al meglio dai vari governi).
    Le rivolte sembrano spontanee, ma è importante ricordare che gruppi estremisti islamici, hanno formato piccoli ma tenaci nuclei di giovani universitari che avevano il compito di diffondere la jihad nelle università.
    Le popolazioni sono state lasciate vivere nella miseria e paura, senza educarle alla democrazia, questo influirà sui nuovi governi.
    Ogni popolo ha il diritto di scegliersi i capi e il governo che credono, ma gli eventi che si stanno evolvendo possono innescare crisi concatenate, che hanno le potenzialità di provocare un conflitto di grandi dimensioni.

  • Claudio |

    Gli indicatori, per loro natura, non sono rappresentativi della totalità ma solo di una parte, più o meno grande, della realtà osservata; ciò che importa è individuare dei forti riscontri a livello empirico che dimostrino la bontà dell’indicatore e questo legame tra alfabetizzazione, fecondità ed endogamia risulta essere decisamente utile per spiegare, almeno in parte, le ragioni alla base di queste rivolte.
    Personalmente ritengo che occorra inserire qualche altro parametro per migliorare l’indicatore utilizzato dai 2 studiosi, in particolare per quanto concerne la libertà di informazione, cosa che in paesi molto chiusi e despotici può giocare un ruolo fondamentale. Informarsi, conoscere, confrontare rende un individuo più “libero” e può dar luogo e forti movimenti rivoluzionari. Non dimentichiamo che l’accesso a queste informazioni è negato in molti di questi paesi, ne consegue che una percentuale in aumento del tasso di libertà di informazione può spiegare o addirittura precedere un’ondata rivoluzionaria.
    Per intenderci, se la rivolta in Libia fosse scoppiata 50 anni fa, Gheddafi avrebbe chiuso le strade per bloccare i manifestanti, mentre ad oggi, come prima cosa, ha impedito l’accesso ad internet.

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