In che cosa ci trasforma la violenza?

Tre donne scappano per strada, cercano di sottrarsi a un femminicidio. Tre uomini sono chiusi in una stanza buia, che non sarà illuminata. Sono le scene descritte nei primi due capitoli di La notte nel cuore, racconto biografico e autobiografico in cui l’autrice mauriziana Nathacha Appanah, ormai cinquantenne, affronta quello che per 25 anni ha cercato di nascondere. Di dimenticare. Il tentativo di femminicidio che ha fatto di lei una donna con tre ombre. All’ombra della ragazzina indipendente e appassionata che era prima di conoscere, a 17 anni, l’uomo che l’ha circuita – trasformandola in una persona sottomessa, impotente – si è aggiunta l’ombra della donna che è stata negli otto anni della violenza culminati con il tentato omicidio, quando il tempo si è inceppato; e quella della sopravvissuta. Lo affronta anche attraverso la storia di altre due giovani che invece non sono riuscite a sfuggire al partner: sua cugina Emma e una donna che non conosceva, ma il cui assassinio brutale – arsa viva dal marito dopo che l’aveva gambizzata – ha fatto molto parlare in Francia: Chahinez Daoud.

«Non sono del tutto cattivi» è l’affermazione che fa da incipit all’introduzione e che sarà indagata in tutto il libro. E non è – come si potrebbe pensare a causa della cultura in cui siamo immersi – una ricostruzione che dà spazio a «spiegazioni psicologizzanti che servono soltanto a scagionare i colpevoli, a suscitare l’empatia e a cancellare le loro vittime», come l’autrice stessa afferma, spiegando di voler invece tenere gli assassini «in balia di questa storia». La luce del racconto non è sui mostri, ma su chi li ha subiti. L’affermazione pone infatti il problema di come possa succedere di trovarsi in una relazione abusiva, isolata da tutti, di non riuscire né a fuggire né a ricevere aiuto.

Appanah descrive gli effetti della violenza in una società che è costruita sulla disuguaglianza. Una società in cui è l’uomo in posizione di forza il «detentore del grande racconto», e la donna non ha voce, anzi, parla spesso con la voce dell’uomo. Ne racconta i risvolti più intimi: l’allontanamento da sé, lo sdoppiamento di chi subisce abusi, la difficoltà a «ri-abitare» il proprio corpo. Il desiderio di non essere vittime, di non sentirsi segnate per sempre dal trauma: «perfino scrivendo queste righe mi fermo, vorrei cancellarle, rifiuto per l’appunto di non essere indenne, rifiuto di essere in balia di quegli anni e, di conseguenza, in balia di lui. Mi sembra una debolezza di carattere». Eppure, «il peso di questi anni è indicibile», scrive Appanah degli anni passati con quell’uomo che usava spesso la parola libertà. Lei, da ragazzina, nota amaramente, pensava di essere la sua libertà.

Quando una donna è uccisa dal compagno, «tutta la sua esistenza è retrospettivamente offuscata da quel crimine» osserva l’autrice. Quella morte «trasforma, riduce, blocca», può «macchiare, disonorare». E spesso i resoconti giornalistici, o delle persone anche vicine alla vittima, lasciano intendere che questa sia in qualche modo responsabile della propria morte. Appanah dedica perciò molto spazio a opporsi a «tre cancellazioni», a ricostruire chi erano veramente lei e le altre due donne con cui «tutto ci lega, niente ci unisce. Tutto è logico, niente ha senso». Intervista i genitori, i vicini di casa, gli amici, i parenti, dà conto di chi erano prima di incontrare gli uomini che le hanno uccise, della loro indipendenza, della loro capacità di affrontare una vita a volte difficile, di resistere, di cercare compromessi per non rischiare di essere allontanate dai figli. «Se la immagino, a ventitré anni, madre single di due figli, piena di coraggio, di determinazione, animata da un forte senso di indipendenza, non posso non pensare alle descrizioni che sono state fatte alla sua morte, solo otto anni dopo: una “giovane mamma”, una donna “timida e schiva”, una persona “sottomessa”» scrive di Chahinez Daoud, lamentando gli stereotipi che accompagnano una donna straniera con il velo, l’improvvisa infantilizzazione che ricade sulle donne morte per mano del marito, schiacciate a esseri unidimensionali, la vergogna che opprime le vittime e i loro famigliari («questo sentimento maledetto che nasce da convenzioni sociali, da tradizioni trite e ritrite e che si nutre della conservazione dei valori patriarcali»).

Eppure, anche se riesce a restituire dignità e spessore alle donne annientate dalla violenza (ma non convince quando parla della «sottile linea che separa amore/dipendenza/controllo», paragonando concetti ontologicamente diversi) i due assassini e l’assassino mancato non restano chiusi nella stanza buia dove si era ripromessa di lasciarli all’inizio. La loro vita si è indissolubilmente legata a quella delle donne su cui hanno commesso la violenza. Appanah torna e ritorna a chiedersi come ha fatto a salire sulla macchina dell’uomo che sapeva che voleva ucciderla, come si entra in quel «mondo ripiegato su sé stesso. Un mondo che macera in una violenza sorda e subdola a notte fonda e che indossa di nuovo la maschera della famiglia normale di giorno. Quel mondo dove il controllo dell’uomo si fa più soffocante man mano che la donna manifesta più apertamente la volontà di liberarsene».

Non c’è liberazione possibile, il filo della vita prima della violenza non può essere ricucito a quello della vita dopo che si è riusciti a sottrarsi. «Non capisco che esiste e resiste ancora nel mio inconscio, che affiora nel mondo intimo e incontenibile dei sogni – scrive Appanah del suo ex compagno-. Vorrei che il sonno non fosse più sinonimo di consenso. Vorrei trasformarlo – lui, la sua carne, il suo viso, le sue parole, le sue azioni, la sua struttura umana e imperfetta – in materia letteraria. Vorrei sviscerarlo come una grande lezione sulla torbidezza, vorrei che non ci fosse più alcun segreto per me, alcun mistero, alcun perché, così lo metterei nella grande sala delle narrazioni e lo userei a mio piacimento, in lamelle, a pezzetti, in porzioni, in frammenti o lo dimenticherei per sempre, come un personaggio poco sviluppato, sghembo, privo di interesse».

Nathacha Appanah

La notte nel cuore

Traduzione di Cinzia Poli

Einaudi, pagg. 232, € 19,50