di Lara Ricci
Mille anni sono passati. Àdam è morto ormai e Primamà, la prima madre, è vecchissima. Circondata dai bambini ammucchiati ad ascoltare, dalle ragazze e dalle donne che mentre ascoltano non smettono di tessere, cucinare, pulire, continua a raccontare le sue «storie-belórie». Iniziano tutte con «c’era-una-volta e una-volta-non-c’era» e non sono, e non sono mai state, quelle che raccontava Àdam.
Lui, che guardava il cielo come volesse afferrarlo e diceva, sicuro, che tutto era deciso dall’«Onnipòssiodi-lassù», colui che, obiettava Primamà – assai dubbiosa sulla sua esistenza – «se ne sta cunt ’l sò musôn a guardarci sopra il lattemiele delle nuvole fioccute». Lei, che lavorava i succhi della terra e si sentiva vicina alle profondità del mondo-di-sotto: tane, radici, sorgenti.
Vivevano prima, solo loro due, nella terra Senzapaura: «Kom’era? Tiepida e fiorita. L’erba ci arrivava alle spalle, di un verde tenero ke skolorava in argento quando il vento ci passava frusciando…». Fino a quando Àdam, che non spiegava mai nulla di quel che faceva, si arrabbiò per uno scherzo e per la prima volta la picchiò. La picchiò terribilmente e poi la stuprò e presto il cielo si oscurò e si ruppe e non smetteva di piovere, e loro scapparono finché non arrivarono nel paese Senzanome, una terra di brughiere e nebbioline e luce fredda d’inverno che pare l’umida campagna lombarda («Sono i dì della merla. Raso terra strisce di nebbia ovattano tutto il prà rondo. I cespugli di sambùgh coperti da galaverna spuntano in questa grigia fittezza come bianchi pennacchi di fumo. Anche i tetti sluccicano lustrati dal ghiaccio. Per tutta la corta giornata un solicello senza raggi ha percorso il cielo come un gomitolo di lana rossigna. Adesso annotta»).
Ecco la rottura dell’equilibrio originario, ecco il peccato, altro che la storia della mela! È Eva che parla, finalmente, in Primamà, forse il più strano dei libri di Laura Pariani. Racconta ciò che mai è stato raccontato: la versione di lei, quello che pensava, cosa ha provato quando uno dei suoi figli ha ucciso l’altro, e come è sopravvissuta, raccontando storie che tenevano in vita lei e gli altri, facendosi narrazione.
Per dare voce alla donna primigenia serviva una lingua scavata nel midollo del tempo e così Pariani se ne è inventata una: cantilenante, fatta di suoni-senso che riportano subito a un’atmosfera pascoliana, a quel «campo mezzo grigio e mezzo nero» dove l’aratro senza buoi, «pare dimenticato, tra il vapor leggero». Parole onomatopeiche mischiate a parole latineggianti, dialettali o che paiono tali, gorgoglii di neonati, ninnenanne, mormorii di vecchi, borbottii di fiumi, gridi stridenti di animali.
Con una capacità sorprendente di risvegliare la lingua udita nell’infanzia, quella delle nonne, delle bisnonne, delle vecchie zie, e con essa le memorie e le sensazioni più remote, Pariani descrive un mondo immobile, sempre uguale a sé stesso, dove «si va da un dì all’altro con le spalle doloranti, senza aspettarsi altra novità che una bestia malàda o un anziano incapace di alzarsi dal sò giaciglio». Un mondo senza tempo, come senza tempo sono i ricordi d’infanzia. Qui, in un villaggio, anch’esso pascoliano, di gelidi tuguri, di antri scuri e saturi di odori acri, attorniata dai pronipoti e dalle pronipoti dei suoi centoquaranta figlie e figli, vive Eva. «Alle spalle ha una vita bislònga di millànta inverni, in cui si è conquistata le parole per dire ciò che prova». Mentre «all’epoca della terra Senzapaura non si rendeva conto di ciò che stava vivendo». Certo, non era proprio parlare come adesso, all’inizio. No. «Ma tirar fuori suoni forti o deboli quasi senza muovere la bocca, cercando una sorta di musica di gola». Eva, la madre di tutte le madri, vive godendo della bella «allegria dei bambini, ancora non sanno che la vita può fare tanto male», custodendo la consapevolezza e la memoria del mondo («memoria vuol dire imparare oggi e domani da ieri») e il dolore per la morte di tutti i suoi figli e di quasi tutta la sua progenie.
Un’esistenza sotto «quel fosco potere al quale si danno tanti nomi e che è semplicemente la legge per cui la ruota della vita sempre si spezza nel suo punto più debole, a soffrire maggiormente sono comunque i mignonetti: carne che cresce non può star ferma neh, eccosì, costretti in spazi angusti, sbadigliano, ingarbugliano sillabe salivose, si grattano nella patòja piagnucolando col pollice in bocca e, se li si redarguisce, caragnano più forte. Poveri pisciaddòss che scontano la pena di esser nati».
«È la vita, e chi ha paura di pungersi non raccolga il fior del biancospino» dice Primamà. È la vita che porta via i bambini con le placche grigie nella gola, che li ingarbuglia nel lago, che li fa trovare stecchiti in un gelido mattino. Ma sono gli uomini a stuprare le bambine, e poi a imporre loro di cospargersi il capo di cenere, augurandosi la loro morte. La madre di tutte le figlie si ribella, e con lei le altre. Non aspettatevi un lieto fine.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Laura Pariani
Primamà
La Nave di Teseo, pagg. 218, € 19