Dire lo stupro. Peggio: l’incesto. Crimini infallibili, che sigillano la vittima nel silenzio. Con Triste Tigre (2023) l’autrice francese Neige Sinno aveva sorpreso la critica e il pubblico con un esordio bellissimo e dolorosissimo in cui raccontava la violenza subita da bambina dal patrigno – una violenza insuperabile attorno a cui si era costruita la sua personalità. E si era interrogata nel medesimo tempo sulla possibilità stessa di raccontarla, e più in generale sui limiti del racconto autobiografico. Tornata in libreria con La realidad, un altro récit autobiographique ancora una volta metaletterario, riesce nella difficile impresa di non deludere, e di portare chi legge un passo ancora più avanti nella vita di chi la realtà vuole affrontarla, qualunque essa sia. In La realidad la narrazione è intensa come in Triste Tigre (peccato che la traduzione non riesca sempre a rendere la magnifica prosa di Sinno), ma percorsa anche da momenti di grande leggerezza – tanto diafana quanto profonda e vissuta senza compromessi è la sofferenza che l’ha generata. Ed è attraversata da un desiderio caparbio di vivere, nonostante tutto. Non di sopravvivere.
La storia ha inizio con due ventenni randagie, la francese Neige e l’andalusa Maga, che – conosciutesi e riconosciutesi – partono per il Chiapas con quella foga di libertà che spesso cela la disperazione. Vogliono non avere paura nonostante la paura. Vogliono. Una s’è messa in testa di consegnare al comandante Marcos due grossi tomi di teoria marxista, l’altra, la voce narrante, vuole probabilmente solo andare, quell’andare che fa il cammino, come nella poesia di Machado: Caminante, no hay camino («Viandante, sono le tue impronte/ il cammino, e niente più,/ viandante, non c’è cammino, /il cammino si fa andando…», qui in una traduzione di Antonio Prete).
E mentre il comandante Marcos per Maga, il Messico forse per Neige, dispiegano il loro potenziale erotico, diventano qualcosa che trasporta e travolge – «idolo, totem, talismano», simbolo di insurrezione – che permette loro di esercitare l’amore per sé stesse e per la vita, nel quale ancora in qualche modo credono, amore che è «proroga perpetua, sempre il passo successivo, l’altro, l’altro ancora», la narratrice riesce anche a prendere le distanze. Continua a interrogarsi sulla possibilità reale di capire qualcosa del Messico: «Paese che sembrava essere stato inventato per la nostra non-comprensione di qualunque cosa, per la nostra innocenza e il nostro orgoglio, per la nostra gioventù che era rabbiosa e dolce, timida ma sicura di sé, confusa e smarrita, persa tra le pagine di altre storie più importanti, proprio come lo eravamo noi, esattamente come noi».
È solo l’inizio di una quête sulla possibilità di capire qualcosa dell’altro, di sé stessa, di arrivare a La Realidad, la realtà, il villaggio dove forse avrebbero potuto incontrare il comandante Marcos e dove non sono mai arrivate.
Con Le Clézio, Sinno si chiede se si possa uscire dalla proiezione di noi stessi sugli altri e anche sui luoghi. Si può non incorrere nell’ipotetico errore di Antonin Artaud – che forse in Messico non è andato incontro all’ignoto, ma alla ricerca di un’alterità «per farla sua, per divorarla. Perché la ricerca dell’altro è per lui esclusivamente un antidoto ai suoi demoni e al suo mondo, un ritratto rovesciato. Ed è solo questo che troverà, il suo fantasma, il suo doppio». In parole più semplici: si può uscire dalla nostra “bianchitudine”? Una domanda che è esistenziale e politica – possiamo non vedere tutto attraverso il nostro eurocentrismo, la nostra mentalità di colonizzatori? Se si può uscire dal sistema di dominio instaurato dai Paesi occidentali (e non solo)? Per esempio da quella «forma ultima di dissociazione» che nella frenesia di dominare la natura, trarre profitto da tutto, anche dall’acqua e dal suolo, ha prodotto la crisi climatica? Questo si chiede Sinno, alternando racconto e riflessione, muovendosi «come lupi che tracciano cerchi concentrici intorno alla loro preda».
Si può non perpetrare la violenza, che esercitiamo anche solo nel momento in cui diamo un nome a qualcosa? «La parola che scegliamo per indicare una persona, un popolo, rivela da quale prospettiva stiamo parlando, oltre a qualificare una persona, qualifica noi stessi attraverso la relazione in cui ci poniamo utilizzandola», scrive Sinno. E ancora: «Nominare l’altro significa prendere una decisione sulla sua identità, imporre una visione a partire da sé stessi, a partire da ciò che si considera come un centro».
Si può, e si deve, uscire «dalla maledetta triade colonialismo-capitalismo-patriarcato», perché dall’altra parte del fiume «c’è mia figlia che mi aspetta». Si può trovare un altro modo di stare al mondo.
E allora il racconto di Neige Sinno si trasforma in un manifesto per tutte quelle persone che «hanno intuito che è possibile rimettere in discussione quell’ordine di cose, dato che non si tratta di uno stato naturale, ma di qualcosa che abbiamo imparato, che ci hanno indotto a considerare come scontato, come immutabile». Per tutte coloro che non vogliono «lasciarsi più sopraffare dalle corazze che ci ricoprono e ci impediscono di essere altre – il patriarcato, la divisione della società in caste, le strutture di dominio e di oppressione istituite da secoli e fondate su criteri che, se analizzati a fondo, se esposti alla luce impietosa della ragione, appaiono del tutto assurdi o quanto meno infondati: l’origine, la razza, il sesso, l’appartenenza al mondo urbano o a quello rurale, la religione, la patria».
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Neige Sinno
La realidad
Traduzione di Luciana Cisbani
Neri Pozza, pagg. 224, € 18