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La conoscenza cancellerà la meraviglia? Risponde Ian McEwan

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«Quando l’ultimo pezzo della calotta cranica fu rimosso c’era questo oggetto che pesava poco più di un chilo, grigio come ci si poteva aspettare, ma vivo, capace di creare sogni, fantasia, scienza, letteratura, amore, rabbia». Così Ian McEwan descrive al telefono uno dei momenti più entusiasmanti della sua vita: il giorno in cui ha assistito a un’operazione al cervello. «Che la coscienza possa emergere dalla materia organizzata in un certo modo è stupefacente, è uno degli aspetti più elettrizzanti della nostra vita» racconta, riferendosi a quell'esperienza grandiosa.

Tutti i romanzieri sono studiosi del comportamento e della mente umana, McEwan lo fa con rigore scientifico. Nella sala operatoria si stava documentando per il romanzo Sabato e spesso gli capita di commentare le azioni dei suoi personaggi citando ricerche pubblicate in riviste peer-reviewed. Può descrivere la tentazione del protagonista di Sabato di rivalersi su un uomo che ha invaso la sua casa prendendo ad esempio esperimenti che mostrano come la vendetta attivi le aree del cervello della gratificazione. Perché la nemesi procura piacere "fisico": riversa ondate di dopamina negli stessi centri che ci fanno sentire appagati nel soddisfare la fame, la sete, il desiderio sessuale.

Il Giardino di cemento 1993

Siamo quel mucchietto gelatinoso, McEwan non ha dubbi: la mente (o anima) e il cervello coincidono: «Non credo ci sia altro». «Sono un materialista che è pieno di meraviglia – afferma poi -. È una cosa che toglie il respiro pensare che i neuroni connessi in un certo modo, scaricando fanno sì che io le parli e che lei mi parli, e che la vita cosciente possa andare avanti».
Il nostro Essere molecolare non implica però il determinismo: «credo che abbia più libero arbitrio un’entità biologica che una creatura di dio. La mente ha miliardi di miliardi di possibili connessioni, miliardi di miliardi di possibili esiti. Per quel che mi concerne il materialismo è libertà intellettuale e libertà di azione. Ed è eroico il tentativo delle neuroscienze di capire il cervello, la coscienza». Lo è anche l'intento della letteratura, che indaga la mente e la condizione umana con strumenti differenti che «dipendono per la gran parte dall’immaginazione, dall’esperienza di vita dell’autore e da impulsi dell’inconscio, con proporzioni che variano da scrittore a scrittore».

Non si deve infatti pensare che McEwan, autore dal metodo empirico e difensore della ragione, costruisca i suoi romanzi come fossero dimostrazioni matematiche: «quando scrivo, il processo razionale e conscio di elaborazione della trama viene per secondo, per primi ci sono impulsi irrazionali difficili da descrivere. Nel momento di iniziare la stesura di un libro non riesco a capire perché una cosa sia più importante di un’altra, ma è così: devo accettare che ci sia qualcosa che mi trascina, trattenermi dal cercare troppe spiegazioni. Mi sottometto a un processo che è un po’ come sognare. La razionalità entra in gioco dopo, nella pianificazione, nel dare forma non solo ai capitoli e all’intelaiatura del libro, ma anche alla struttura della frase. È facile dimenticarlo, ma per gli scrittori il lavoro di ogni giorno è l’accumulazione di frasi che si pensa potranno essere utili. E qui c’è bisogno di un approccio più razionale, quando correggi, e correggi ancora, e cancelli, e aggiungi e fai piccole modifiche. Ma anche in questo caso è arduo dire perché una frase sia giusta e un’altra no. Per questo molti autori fanno fatica a spiegare come e per quale motivo fanno ciò che fanno. È quasi come chiedere a qualcuno perché ha pensato i pensieri che ha. Spesso non scegliamo su cosa riflettere. C’è qualcosa di incontrollabile, di casuale, e quindi incantevole nella natura del pensiero».

La mente, che vede più di ciò che noi pensiamo di vedere, mettendoci per esempio in allerta anche quando non siamo coscienti di un pericolo, o i meccanismi inconsci che ci fanno prendere decisioni economiche o politiche molto meno razionali di quanto vorremmo sono al centro di affascinanti esperimenti di cui, naturalmente, McEwan è al corrente. Gli chiediamo se crede che l’ispirazione letteraria sia frutto di processi inconsci simili. Se quella forma di conoscenza che si trasmette al lettore con le parole di un romanzo, di una poesia, o attraverso l’arte, percorra vie analoghe. Risponde citando ricerche che indagano la nozione che abbiamo di bellezza, suggerendo che alla base ci possa essere un valore adattativo. Quando subiamo il fascino sprigionato da un bel viso o da un bel corpo simmetrico, per esempio, è perché probabilmente è indice buoni geni. Chi, nella notte dei tempi, aveva una predilezione per compagni armoniosi ha avuto più possibilità di resistere alla selezione naturale e ci ha trasmesso questa preferenza.

Ma poi osserva: «Ogni volta che leggo questi studi mi dico, "interessante, ma anche se ora lo sappiamo non cambierà nulla". Continueremo a fare le nostre scelte, manterremo gli stessi gusti pur accettando di avere un’intelligenza emotiva che agisce in tutte quelle che crediamo siano le nostre decisioni razionali».

Capire i processi biologici che ci fanno apprezzare l’arte, o innamorare, toglierà qualcosa all’appagamento che ognuno di noi prova? «Al contrario. Io credo che più conosciamo di ciò che avviene durante l’innamoramento più saremo in grado di trattenere il piacere soggettivo. Più possiamo capire, più possiamo soddisfare la nostra curiosità, più avremo meraviglia del mondo. E questo funziona sia se parliamo dei processi naturali sia se parliamo del cervello. La spiegazione non distrugge il mistero. Ho sempre pensato che la scienza aggiunga, non che porti via».

Leggere la mente
«La conoscenza – prosegue – non ci impedisce di continuare ad avere le nostre esperienze soggettive. Dominio in cui la scienza probabilmente non potrà mai entrare perché la coscienza è l’unica cosa al mondo che non si può condividere. Di coscienza ognuno può avere solo la sua. Il modo con cui possiamo avvicinarci maggiormente alla coscienza dell’altro è attraverso la letteratura, a mio parere. Questa è la grande esplorazione di come sia essere nella pelle altrui, che poi è a sua volta un perfezionamento di ciò che facciamo ogni giorno quando interpretiamo le espressioni degli altri, il tono di voce, i gesti; quando cerchiamo di leggere la loro mente».

Frequente, negli scritti di McEwan, come Espiazione, la riflessione sulla relazione tra immaginazione e crudeltà, e più in generale tra immaginazione e morale. «Credo che la capacità di mettersi nei panni di un altro, l’empatia, sia il fondamento della nostra morale. Trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi». La letteratura, dunque, ha una funzione sociale? Ha la capacità di incrementare la moralità? «Questa è una domanda molto difficile. Sì, dovrebbe. Ma sappiamo anche che uno dei popoli più eruditi del secolo scorso, i tedeschi, hanno commesso alcune delle più inimmaginabili crudeltà. Viviamo con questo paradosso. Ma io continuo ad aggrapparmi alla convinzione, e forse è più una speranza, che quando la società sviluppa degli strumenti, attraverso la letteratura, la drammaturgia, il cinema, la televisione, per spingerci a considerare la condizione di altre persone, il cerchio dell’empatia, della comprensione, della compassione, si allarga. Molti scrittori hanno sostenuto che una delle caratteristiche interessanti della modernità sia questa circonferenza che si sta estendendo. Tre-quattro secoli fa per esempio nessuno si curava del benessere dei bambini, di ciò che provano. Né si preoccupava degli animali (e in questo caso è ancora così in molte parti del mondo). Stiamo diventando, o meglio, diciamo che spero che stiamo diventando, un po’ più sensibili agli altri». Subito dopo aggiunge sconsolato: «tuttavia siamo circondati dalla barbarie e dalla stupidità – una pausa di riflessione -. Credo sia una questione di fare due passi avanti e uno e mezzo indietro».

Non è però il desiderio di conoscenza il principale motivo che spinge McEwan a scrivere: «Ci sono diverse ragioni, una è dare piacere, un’altra è provare piacere, perché c’è qualcosa di profondamente gratificante nel dare forma a un romanzo. Però è vero che penso ai miei libri come a forme di esplorazione. Quando ne inizio uno spesso non so dove mi porterà. È un viaggio senza una mappa. Non sono però sicuro che ciò che guadagno al termine di questo percorso sia la conoscenza. Sicuramente arrivo ad avere idee più chiare su ciò che è la condizione umana, ciò che abbiamo in comune nelle nostre menti, e su cosa esse siano. Ogni volta che mi metto a lavorare a un nuovo romanzo è come se fosse il primo: devo imparare a scriverlo. È un processo di apprendimento».

E voi cosa ne pensate? La consocenza uccide la meraviglia? Scrivete la vostra opinione cliccando su "Commenti"

P.S. Ian McEwan sarà a Barolo sabato prossimo alle 15.30 in piazza Blu per «Collisioni» (www.collisioni.it). Tra gli scrittori ospiti del Festival (dal 5 al 9 luglio) anche V. S. Naipaul, David Grossman e Massimo Carlotto.

  • carl |

    Beh, tanto per buttar giù un pensiero metodico.. Molte neraviglie sono attribuibili, cioè sono praticamnente generate dalla nostra poca, imperfetta, limitata capacità visiva.. Qualche esempio ? L’acqua salata o dolce.. Se potessimo osservare com’è realmente vista al microscopio, avremmeo un sussulto e una smorfia di disgusto..:o) L’alba ed il tramonto (dice graffitologo) ? Beh anche li se potessimo vedere la qualità dell’aria ove hanno luogo e materialmente si visualizzano detti fenomeni visivi.. Beh, anche in tal caso il disgusto o, anzi, la preoccupazione avrebbero sicuramente la meglio per tutto quello che c’è di fatto in sospensione nell’aria, nell’atmosfera e che senza strumenti tecnici adeguati ci sfugge..
    La luna piena ? Spesso, nei giorni a cavallo, avvengono dei movimenti tellurici perchè uno dei fattori (ipotizzato) è proprio l’effetto nel tempo dell’attrazione lunare che, infatti, non genera solo le maree, ma smuove sia pure impercettibilmente anche la crosta terrestre.. E a forza di piccoli tric e trac, oggi domani, dopodomani….
    Meglio ignorare tutto ciò e molto altro ancora? E’la “soluzione” o approccio che vivono in tanti, vuoi per ignoranza volontaria o involontaria, vuoi per indifferenza, vuoi per superficialità ed altro ancora..
    Ma siasmo o non siamo esseri razionali ? Se lo simao abbiamo il dovere di andare oltre l’apparenza e non solo ricorrendo alla scienza, ma anche al pensiero metodicamente nutrito, esercitato e guidato. Come per l’appunto suggerito (tra altri) da Descartes.
    Non lapidatemi-…:o) il mio è solo una visione, uno scambio di opinioni e vedute. Insomma un parere personale..:o)

  • graffitologo |

    Guardate che la conoscenza non ucciderà mai la meraviglia, perchè ancora oggi proviamo come UMANITA’ grande stupore, meraviglia, davanti ad un ALBA o ad un TRAMONTO. Addirittura le notti di luna piena “LUNA ROSSA” vengono pubblicizzate dai tg radio_televisivi. Lo stupore la meraviglia davanti al BELLO è dentro il ns DNA forgiato dalla nostra nostra MAMMA “…n.d.a. che nella notte dei tempi, aveva una predilezione per compagni armoniosi…) che suo malgrado per sopperire a periodi di carestia qualche figlioccio mal riuscito è stato sacrificato .

  • carl |

    Toh, al festival ci sarà anche Mc Ewan..LO dico perchè ho letto anche il pezzo della F.Roggero (Nel piatto..>:o)
    Più che sul meravigliacidio da parte della conoscenza, desidererei attirare l’attenzione sul fatto che Mc Ewan è sicuramente in numerosa compagnia nel credere che la mente (e/o l’anima) conicida con il cervello..Ho anche letto di recente della fattibilità, data “tecnicamente” come sempre più certa del trapianto di cervello.. Che dovrebbe portare acqua al mulino di McEwan and Co..:o) Il discorso però è impegnativo e un blog non si presta a svilupparlo adeguatmemnte. Mi limiteò dunque ad aggiungere che è certamente fuori luogo l’affermare che “..è eroico il tentativo delle neurosceienze di capire il cervello e lacoscienza.” A sommesso (ed insignificante) parere dello scrivente nulla di eroico. Del resto su “The lancet” è stato scritto che tutto ciò che sia tecnicamente fattibile sarà fatto..Compresa la clonazione umana..
    Non c’è santo che tenga..:o) E’ così.
    Ma tornando alle neuroscienze non credo che sarà mai possibile dimostrare che (a meno di non essere proprio rimasto un rozzo burino) le nostre emozioni, i nostri pensieri e via dicendo siano soltanto le risultanti di un serie di reazioni elettrofisiche e chimniche che si verificano all’interno del nostro cervello e sistema nervoso..
    Infine non dimentichiamoci del “principe”e dei suoi cortigiani e lacchè..Acnhe il “principe” è in effetti interessato a promuovere ogni ricerca neuroscientifica.. Non foss’altro che per consocere i propri cittadini, sudditi, subordinati, anche interiromente oltre che nel lro esternare comunicativo.. Pare che il principe a questo riguaredo sappia o possa sapere tutto di tutti.. Come gli dei del panteon greco..Come può sfuggirgli di mano la storia, come accadde nel XX secolo? NOn può assolutamente accadere o, almeno, ne è convinto. Il troppo potere dà in effetti alla testa..:o)

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